Società

Pubblicato il 20 Luglio 2026 | di Giovanna Inguanti

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L’estate che ci insegna a rallentare

Ci sono immagini che spiegano l’estate meglio di qualsiasi cartolina. Un ombrellone aperto. Due sedie vuote. Un costume appeso ad asciugare. La borsa lasciata sotto, il mare lì davanti. Chi passa sa che qualcuno tornerà. Intanto il tempo resta fermo. È questo il vero lusso dell’estate: poter lasciare qualcosa in sospeso.

Il 21 giugno è il giorno del solstizio d’estate. Il giorno più lungo dell’anno. Ci hanno insegnato a considerarlo un evento astronomico, ma è molto di più. È un invito a restare qualche minuto in più, a non guardare continuamente l’orologio; a concedersi il privilegio di non avere fretta.

In spiaggia il tempo ha un altro modo di misurazione. Lo segnano le maree, le ombre degli ombrelloni che si spostano lentamente sulla sabbia, il sole che cambia inclinazione. E soprattutto lo misurano i bambini.

Le loro urla sono la colonna sonora dell’estate. Non sono rumore. Sono vita che si allarga. Gridano perché una conchiglia è diversa dalle altre, perché l’acqua è fredda, perché un padre li solleva sopra le onde. Gridano senza chiedersi se stanno disturbando qualcuno. Hanno ancora il dono di abitare completamente il momento.

Noi, invece, siamo diventati esperti nel vivere sempre cinque minuti dopo. Mentre siamo in spiaggia pensiamo al traffico del ritorno. Mentre passeggiamo sulla riva, controlliamo il telefono. Persino davanti al mare, facciamo fatica a lasciarci raggiungere dal silenzio.

Eppure il mare continua a fare quello che ha sempre fatto: va e viene. Senza ansia e senza fretta. Senza l’ossessione della performance che accompagna gran parte delle nostre giornate.

Forse è per questo che ci sentiamo bene quando siamo qui. Perché il mare non ci chiede di dimostrare nulla, ma ci offre semplicemente il suo tempo; quello di un libro letto senza guardare quante pagine mancano; di una chiacchiera interrotta solo da un tuffo. Di un pisolino sotto un ombrellone mentre il vento muove appena il telo e il costume steso continua ad asciugarsi.

Il solstizio ci ricorda che la luce, prima o poi, ricomincerà ad accorciarsi. È una piccola lezione sulla fragilità delle cose belle. Forse proprio per questo dovremmo imparare a viverle fino in fondo.

Le due sedie sotto quell’ombrellone non sono vuote. Stanno aspettando. Come l’estate aspetta sempre che qualcuno decida, finalmente, di rallentare.

Il mare non ci restituisce il tempo perduto. Ci insegna qualcosa di più prezioso: che il tempo, qualche volta, non va riempito. Va semplicemente vissuto.

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Autore

Nata a Vizzini (Ct) vive a Ragusa dal 2005. Laureata in Lettere Classiche e in Filologia Classica, è docente di Italiano, Latino e Greco presso l'I.I.S. Vico -Umberto I - Gagliardi di Ragusa.



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