Restaurata la cappelletta della famiglia Schininà
“Io intendo benedire la casa che ci accoglie, tutti quelli che ci abitano, ed anche la bella cappelletta nella quale chissà quante volte si inginocchiò in preghiera la Beata Maria Schininà”.
Queste le parole del Vescovo La Placa al momento dell’aspersione dell’acqua santa, davanti la cappella casalinga tornata al suo antico splendore dopo un attento e delicato lavoro di recupero e restauro. Opera di Alice Brugaletta e Simone Campo, bravissimi restauratori, incaricati dai padroni di casa, Emanuele e Silvana Schininà, giustamente orgogliosi del risultato ottenuto e delle parole dell’episcopo. “Da tempo avevamo in mente di metter mano alla cappella posta all’ingresso della casa – spiegano Emanuele e Silvana – che appariva in buone condizioni generali, ma con parti mancanti, che risaltavano, anche agli occhi di chi non è del settore. Da lì l’incarico a Brugaletta e Campo che hanno lavorato da professionisti, restituendoci oggi un pezzo di arte, certamente, di fede, altrettanto certamente, e di storia, sia familiare che cittadina”.
La foto che proponiamo mostra la capella, semplicemente adornata, molto probabilmente coeva del palazzo che la ospita, quindi della seconda metà del 700. “Il nostro lavoro – raccontano Alice Brugaletta e Simone Campo – è consistito fondamentalmente nel rimettere al loro posto le piccole colonnine e la trabeazione dell’altare, che per chissà quale motivo, orientativamente negli anni 40 del secolo scorso erano state smontate e per fortuna non buttate, ma conservate nel magazzino. Tra l’altro se ne conservava traccia nei sostegni, e non è stato complicatissimo ricollocarle. Poi abbiamo rifinito il tutto, riverniciato le parti lignee e le lapidee. Infine, abbiamo pulito le pareti e riverniciato con un bellissimo blu cobalto il tetto della cappella, ricollocando le stelline, con un lavoro certosino di rifacimento in resina e poi verniciate in oro. Possiamo dirci soddisfatti”.
Com’era nella antica tradizione iblea, sia nelle case cittadine (come in questo caso) sia nelle case di campagna al servizio delle aziende agricole, la cappella privata era utilizzata per le messe di occasioni speciali, ma soprattutto per raccogliersi in preghiera, i proprietari e spesso anche i vicini o i massari al loro servizio. La tipologia cittadina era quella, qui molto ben rappresentata, di una cappella incassata al muro, tenuta chiusa da un’anta più o meno ampia, che all’esterno era normalmente priva di simboli e raffigurazioni, e una volta aperta mostra i ritratti di santi e Madonne, a livelli artisticamente non sempre eccelsi.
“A me piace sempre raccomandare – ha voluto sottolineare monsignor La Placa – l’importanza di avere in casa un angolo, anche solo una statuetta, un simbolo della nostra religione. Serve per ricordare la sfera divina, per poter pregare nel confort di casa propria. Bene hanno fatto questi nostri amici a recuperare la bella cappelletta che ho benedetto con molto piacere e partecipazione.”
