A Monterosso Almo presentato il restauro della Madonna Addolorata
Alla presenza delle autorità civili, militari e religiose sono stati presentati alla comunità intervenuta numerosa, presso il Santuario Diocesano di Monterosso Almo, i lavori di restauro della statua dell’Addolorata. «Un evento molto importante per la nostra comunità» ha precisato don Innocenzo Mascali che ha ringraziato l’onorevole Giorgio Assenza per l’interessamento per i finanziamenti necessari, il sindaco Salvatore Pagano, il soprintendente per i Beni Culturali ed Ambientali di Ragusa, Antonino De Marco, il Funzionario Carlo Giunta, don Giuseppe Antoci, direttore dell’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Ragusa, la restauratrice dott.ssa Maria Scalisi, la tecnica del restauro Noemi Lucifora.
Il culto dell’Addolorata a Monterosso vanta radici antiche, già a partire dal XVI secolo è attestata l’esistenza di un convento dei Carmelitani sotto il titolo di S. Maria dello Spasimo con annessa chiesa di Sant’Antonio.
La relazione della visita del Vescovo Giovanni Horosco de Horses nel 1566 cita l’esistenza della chiesa della confraternita di Sant’Antonio con un altare dedicato a Santa Maria dello Spasimo. Il 6 dicembre del 1581 lo stesso Vescovo Giovanni Horosco de Horses ritornò in visita a Monte Rosso e il suo segretario annotò la presenza di «una immagine della Pietà o dello Spasimo sublime che si conduce ogni anno il martedì di Pasqua». Nel 1620 il vescovo Paolo Faraone visitò la chiesa di Sant’Antonio nel cui inventario era annotato il possesso di «una immagine di relievo sopra dorata di la Madonna del Spasmo». A causa del disastroso terremoto del 1693 la chiesa di Sant’Antonio poi denominata “il vecchio” (la vetere) “crollò dalle fondamenta” e fu ricostruita in un luogo più centrale nell’attuale omonima piazza, sul suolo in cui sorgeva l’antica chiesa di S. Pietro distrutta anch’essa dal sisma. La chiesa dopo la sua ricostruzione ritornò a custodire il simulacro dell’Addolorata che si arricchì del fercolo realizzato nel 1782, danneggiato da un incendio nel 1825 e ricostruito a spese dei fedeli.
Al 1986 risale il precedente restauro che fu effettuato presso il laboratorio di restauro diocesano ubicato nei giardini comunali di Ibla.
L’intervento di questi mesi ha invece permesso di recuperare le cromie originali del XVI secolo.
Come affermato dalla restauratrice in origine è attestata la presenza di una veste argentea meccata in oro, antecedente alla costruzione del fercolo avvenuta nel Settecento. A seguito della realizzazione del fercolo dorato, è stato ipotizzato che l’originale meccatura venne ricoperta con vernici rosse, poiché l’accostamento cromatico avrebbe reso l’insieme visivamente pesante.
L’attuale operazione di pulitura ha quindi consentito non solo di riportare alla luce questo prezioso argento storico, ma anche come affermato dalla restauratrice, di restituire volumetria e naturalezza al panneggio della scultura, precedentemente appiattito dalle vernici sovrapposte. È stato quindi possibile recuperare solo il colore di fondo della veste della Madonna impreziosita da finiture dorate e il profondo manto blu notte.
Durante le fasi di studio e restauro del gruppo statuario è emerso un dettaglio tecnico e storico di grande rilevanza: l’analisi materica e strutturale ha permesso di ipotizzare che l’attuale Cristo morto non corrisponda a quello originario, poiché non si adatta perfettamente agli alloggiamenti nativi. È fondato ipotizzare che tale discrepanza e la conseguente sostituzione del corpo di Cristo siano riconducibili a un incendio che in passato ha gravemente danneggiato il fercolo.
