“Abbracciare la vita”: il dibattito sul fine vita
Fino a che punto i desideri e l’autodeterminazione dell’individuo può minare la concezione stessa della società?
«Finora abbiamo pensato che il compito dello Stato, tramite il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), sia quello di tutelare la salute… così come il compito del medico, della medicina abbiamo pensato che fosse quello di guarire o, se non guarire, curare» ha esordito la prof.sa Laura Vitale introducendo l’incontro “Abbracciare la vita così com’è, il fine vita tra diritto e pretesa” promosso dalla Consulta Diocesana delle Aggregazioni Laicali (CDAL) sulla problematica del suicidio medicalmente assistito tenutosi a Ragusa il 18 scorso ed, invece, ci troviamo davanti proposte di leggi (o leggi regionali n.d.r.) che autorizzano il SSN tramite un medico di portare un farmaco letale al paziente. «È una questione appunto antropologico-culturale che investe tutta la società» – ha continuato – e l’ordinamento giuridico.
Al momento nell’ordinamento giuridico – si è inserito il prof. Giuseppe Chiara, professore ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Catania – ci sono dei punti fermi: la Disposizione Anticipata di Trattamento (“DAT”, L.219 del 2017) con la quale il paziente può rifiutare un trattamento medico e le quattro condizioni dettate dalla sentenza 242 del 2019 (e successive) della Corte Costituzionale: piena consapevolezza del paziente, patologia irreversibile, sofferenze intollerabili e dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. In estrema sintesi la sentenza estende i criteri della DAT (cure palliative comprese n.d.r.) fino a prevedere una eccezione all’art.580 del Codice Penale che persegue tutt’ora l’”aiuto al suicidio”.
I disegni di legge in discussione, che difficilmente saranno approvati in questa legislatura, oltre a definire cosa sia “irreversibile”, “intollerabile” (secondo chi? n.d.r.) e “sostegno vitale” (anche nutrizione ed idratazione? n.d.r.) devono decidere se la libertà dell’individuo possa obbligare lo Stato a scardinare il diritto alla vita dal proprio SSN (come detto all’inizio) e dal Diritto «che si fonda proprio su una dimensione relazionale solidale di presidio della vita».
Un caso che accese al tempo il problema dell’eutanasia (strettamente connessa al suicidio assistito per la mentalità sottesa) fu quello di Eluana Englaro nel 1992 e lo ha raccontato in modo appassionato la d.sa Antonella Vian, un medico che ha seguito personalmente e da vicino il decorso della malattia ed ha testimoniato che Eluana non era del tutto in stato vegetativo come prescriveva la sentenza della Corte di Cassazione del 2008 che autorizzava di interrompere nutrizione ed idratazione fino a provocarne la morte il 9/2/2009.
Vita, morte, dolore sono misteri che da sempre tormentano l’umanità è normale che da credenti ci volgiamo alla Chiesa, maestra di vita anche per verificare come si pone la proposta cristiana davanti a questi interrogativi. «Sant’Agostino…ci invita a considerare l’accettazione della morte come segno di vera saggezza, soprattutto perché con la testimonianza di Gesù Cristo e la resurrezione – è intervenuto don Vincenzo Guastella teologo, ma anche fortemente impegnato nella Diocesi – noi cristiani sappiamo bene che la morte di su questa terra non è la fine di tutto, ma ci permette di andare verso un oltre che è l’oltre di Dio.»
«Guarire non è sempre possibile – ha continuato citando la Samaritanus bonus – ma curare è sempre dovuto”, dove “curare” non è solo la pratica medica (che, comunque, deriva da un’“alleanza” e non da un “contratto”), ma la “presa in carico” della persona con tutte le sue dimensioni relazionale e spirituali comprese.
Accanimento terapeutico, suicidio assistito, eutanasia non possono essere contenuti in slogan o battute da talk show, ma oggetto di approfondimento «perché quando parliamo della vita e della morte parliamo di noi stessi».
