Fine vita, il confine tra cura e autodeterminazione
Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando trascina con sé anche la mutazione dei paradigmi sui quali si è fondata la convivenza civile, dalla nascita alla morte, di quello che fino a ieri era l’Occidente.
Ne è stata un’esemplificazione il confronto sul “fine vita”, andato in onda su La7 all’interno del programma La torre di Babele il 14 settembre scorso, tra il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei e arcivescovo di Bologna, e Corrado Augias, giornalista e scrittore.
Diversamente dalla polarizzazione tanto gridata quanto sorda alle ragioni dell’altro che caratterizza solitamente il confronto, sul dialogo tra Zuppi e Augias, invece, vale la pena di soffermarsi, innanzitutto perché intessuto del dramma esistenziale di chi si vede invecchiare e andare inesorabilmente incontro alla morte.
Facendo riferimento a un lungo periodo in ospedale, l’intellettuale, nato a Roma nel 1935, affermava: «Togliere il dolore non basta. Io non voglio restare attaccato a una macchina accompagnato dal suo “bib…bip”. Questa non è la vita che io voglio. La vita – ha affermato – è incontrare persone come lei, leggere, scrivere libri, discutere, cercare di capire…». È interessante notare come il timore confessato da Augias non riguardi tanto la condizione di sofferenza in quanto tale. La paura che attanaglia l’uomo moderno, piuttosto, è che la realtà sfugga al suo controllo, non assomigli all’immagine che ha prestabilito. A questa visione Zuppi non ha opposto la logica di un discorso, bensì la necessità e l’offerta di una compagnia umana. «Intanto – ha fatto notare – lei è qua. Se avesse avuto la possibilità di darsi la morte in quel momento di disperazione, forse lo avrebbe fatto, invece siamo qui a parlare».
Le cure palliative rappresentano per la Chiesa una risposta adeguata all’esigenza di dignità di chi soffre, ma al bisogno di senso di fronte al dolore, alla malattia, alla fragilità del corpo che cede è necessaria una presenza reale che, quando non può più curare, accompagni prendendosi cura.
Il mondo laico chiede alla Chiesa cattolica di dare le ragioni dell’esito umano del magistero che insegna. La Chiesa chiede alla modernità di allargare la misura della sua ragione di fronte all’evidenza che il momento successivo è un mistero sempre diverso da come ce lo siamo prefigurati. Diversamente da quanto afferma Cesare Pavese ne Lo steddazzu, infatti, mai sorgerà “l’alba del giorno in cui nulla accadrà”. La realtà è sempre nuova.
Il dialogo fra Chiesa e mondo, tuttavia, non è privo di scaltrezza. Augias non ha resistito alla tentazione di mettere Zuppi contro Ruini, che, da presidente della Cei negò i funerali in chiesa di Piergiorgio Welby, a lungo battutosi pubblicamente con i radicali per l’introduzione del diritto all’eutanasia. Ancora più subdolamente, forse, l’intellettuale romano, figlio dell’Illuminismo, ha trasformato la famosa esclamazione di papa Giovanni Paolo II, “lasciatemi andare”, in una richiesta eutanasica, attirando Zuppi sulla via della “conversione” alla mentalità dominante, in nome dell’accoglienza del dramma personale. Una tentazione a cui il mondo cattolico non è immune.
Emerge qui il dovere della Chiesa di coniugare in maniera persuasiva misericordia e verità. È cruciale, infatti nel dibattito in corso, mostrare con chiarezza il limite tra una coscienza che asseconda il naturale svolgimento della vita, come fece Karol Wojtyła, rinunciando a cure ormai inutili, e la decisione di provocare la propria fine affermando incondizionatamente il diritto della propria volontà. Curare la malattia finché possibile, prendersi cura della persona sempre.
Il dialogo è utile a tutti se accade tra identità chiare; il suo orizzonte deve restare quello della custodia di ciò che è più autenticamente umano.
