Le donne, la pace e quei tavoli dove ancora mancano di sedersi
La parola Pace è una di quelle parole tanto pronunciate da sembrare consumate. Eppure basta fermarsi un momento per capire che la pace non è una parola gentile da mettere sui manifesti, ma un percorso difficile, fatto di scelte, mediazioni, responsabilità, conflitti da attraversare e ferite da ricomporre.
In occasione della Giornata internazionale della pace, l’incontro di ieri al teatro Ideal, Sguardi di genere sui conflitti, fortemente voluto dal Soroptimist Club di Ragusa, nella persona della presidente Carlotta Schininà, con il patrocinio del Comune e la presentazione di Vincenzo La Monica, ha avuto il merito di porre una domanda che non dovrebbe essere più rinviata: quale spazio hanno le donne nei percorsi che conducono alla pace?
La presenza di Maria Grazia Giammarinaro è stata, in questo senso, più di una testimonianza. È stata una pagina di storia da tenere a mente. Magistrata, esperta di politiche europee contro la tratta, rappresentante speciale dell’OSCE per la lotta alla tratta di esseri umani e poi Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla tratta, in particolare di donne e minori, Maria Grazia Giammarinaro ha costruito il proprio percorso attraversando luoghi nei quali il potere, quello vero, raramente ha avuto un volto femminile.
E forse è proprio qui che il discorso sulla pace diventa più scomodo.
Perché arrivare ai vertici, per una donna, non significa semplicemente arrivare. Significa spesso aver attraversato il divieto di sorpasso: quella linea invisibile che non sempre impedisce di procedere, ma rende più difficile farlo alla stessa velocità, con la stessa libertà, senza dover continuamente dimostrare di meritare il posto conquistato.
E quando finalmente quel posto arriva, può esserci anche la solitudine. Perché un sistema costruito secondo codici maschili può chiedere alle donne di adeguarsi ai suoi linguaggi, ai suoi tempi, alle sue regole. Di essere dure quando serve, prudenti quando conviene, autorevoli senza sembrarlo troppo. Di imparare, qualche volta, a parlare una lingua che non hanno contribuito a costruire. Ma la questione non è semplicemente quella di portare più donne ai vertici. È capire se, una volta arrivate, possano cambiare anche il modo in cui si guarda al conflitto.
Le donne conoscono la guerra anche quando non imbracciano un’arma. Ne conoscono le conseguenze nei corpi, nelle famiglie, nelle migrazioni, nella perdita di futuro. Sono spesso protagoniste della ricostruzione quotidiana, della cura, della protezione, della tenuta delle comunità. E tuttavia, quando arrivano i momenti decisivi, quando si siedono i grandi tavoli della diplomazia e della negoziazione, la loro voce continua troppo spesso a essere minoritaria.
Perché, allora, questa voce manca proprio là dove si decide la pace?
Non perché le donne siano naturalmente migliori o più pacifiche degli uomini. Sarebbe un altro stereotipo, soltanto capovolto. Ma perché una pace davvero completa ha bisogno di sguardi diversi, di esperienze diverse, di competenze diverse. Ha bisogno anche di chi ha conosciuto il conflitto dalla parte di chi lo subisce e non soltanto dalla parte di chi lo governa.
La pace non ha bisogno di retorica, ma di competenza, di coraggio, tenacia e capacità di ascolto. Ha bisogno di donne che non debbano diventare uomini per essere autorevoli e di uomini capaci di comprendere che condividere il potere non significa perderlo.
E forse, alla fine, le donne di pace fanno proprio questo: entrano nelle stanze difficili senza bisogno di alzare la voce, portano con sé la forza di percorsi spesso lunghi e solitari e provano a cambiare le cose con semplicità, con eleganza, con bravura. Come solo le donne di pace sanno essere.
