Vita Cristiana

Pubblicato il 9 Maggio 2017 | di Redazione

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Per una Chiesa sinodale, il pensiero del teologo Pino Ruggieri

Per gentile dono del Presidente del Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale di Catania, Prof. Salvo Di Leo, pubblichiamo il testo di una riflessione del teologo Don Pino Ruggieri, intervenuto a un incontro su un tema di grande attualità ecclesiologica, organizzato dal Gruppo MEIC etneo il 4 aprile scorso.

Il termine sinodo è sinonimo di concilio. “Chiesa sinodale” sta a significare una chiesa che celebra sinodi come luogo della formazione del consenso. Nella storia non c’è un sinodo uguale a un altro, a nessun livello lo si consideri, né ci aiuta il codice di diritto canonico, che considera il sinodo solo come strumento di governo della chiesa con disposizioni che sono inadeguate per comprendere la situazione attuale (chi convoca, quale sia la sua composizione, tipo di atti conseguenti, ecc.). Perciò è utile vedere cosa sono stati i sinodi nella storia della tradizione ecclesiale al fine di riuscire a distinguere l’essenziale da ciò che è variabile.

Per cogliere la natura dell’evento sinodale, in genere ci si riferisce al primo evento della storia della chiesa in cui appaiono già i segni caratteristici dei futuri sinodi. Lo svolgimento dell’assemblea ci viene narrato sia nel cap. 15 degli Atti degli Apostoli che nel cap. 2 della Lettera ai Galati. Il motivo per cui fu necessaria quell’assemblea fu la controversia relativa alla sottomissione alla legge mosaica dei pagani convertiti al cristianesimo. Paolo e Barnaba si opponevano a questa pretesa e furono inviati dalla chiesa di Antiochia agli apostoli e agli anziani della chiesa di Gerusalemme per dirimere la questione. La chiesa di Gerusalemme si riunì, ascoltò Paolo e Barnaba, alcuni della setta dei farisei che erano diventati credenti erano in contrasto con Paolo, intervennero anche Pietro e Giacomo e fu assunta la decisione che venne comunicata mediante una lettera apostolica alla chiesa di Antiochia: “abbiamo deciso, lo Spirito Santo e noi, di non imporvi..ecc”. Quindi, in un momento di dissidio, la chiesa si interroga, ascolta, discute, decide (è parso bene allo Spirito Santo e a noi).

Il primo sinodo a noi noto, dopo la riunione di Gerusalemme, si svolse verso il 170 d.C. ed è quello di cui parla Eusebio di Cesarea nella sua Storia ecclesiastica. Egli cita un anonimo che riferisce sulle adunanze dei “fedeli” i quali, dopo aver esaminato la predicazione di Montano e dei suoi seguaci, dichiararono la loro falsità e li esclusero dalla comunione. Con ogni probabilità si tratta di sinodi delle singole chiese dell’Asia. Dopo, la documentazione abbonda, soprattutto a partire dai sinodi celebrati per dirimere la data della Pasqua. Col tempo cresce il numero dei sinodi dove si radunano i vescovi di tutta una provincia ecclesiastica.

Si deve giungere al IV secolo per avere concili “ecumenici”, così chiamati perché convocati dall’ecumenico, cioè dall’imperatore cristiano, che dava alle decisioni sinodali il valore di legge per tutto l’impero. Dapprima Costantino ricorre ai sinodi per decidere sull’atteggiamento da tenere nei confronti dei donatisti e poi, diventato unico imperatore, per venire a capo delle controversie sorte a proposito della predicazione di Ario, convoca a Nicea nel 325 il primo concilio ecumenico, dove anche il vescovo di Roma manda i suoi rappresentanti. Durante il primo millennio i sinodi ecumenici vengono convocati sempre dall’imperatore. Essi basano la loro autorità sul riconoscimento comune da parte delle grandi sedi episcopali di origine apostolica, tra le quali non può mai mancare la prima, cioè Roma. Non è importante la presenza fisica (con ogni probabilità al Costantinopolitano I non fu rappresentato il vescovo di Roma), ma il riconoscimento anche successivo.

E’ dopo lo scisma d’oriente nell’XI secolo che i concili di tutta la chiesa diventano “papali”, giacché ormai è il papa che li convoca. Del concilio Lateranense IV (ecumenico non più nel senso dell’impero, ma di chiesa universale cattolica) fanno parte un numero eccezionale di prelati, patriarchi, vescovi, abati, badesse, rappresentanti laici di imperatori, vari regni, comuni lombardi. Negli anni successivi viene recepito il principio giuridico per cui “ciò che interessa tutti deve essere trattato da tutti”. Il principio che richiedeva la presenza di tutti gli interessati nelle cause civili, si trova già nel codice di Giustiniano, ma progressivamente viene fatto proprio anche dai capitoli monastici e da Bonifacio VIII che lo rende valido per tutta la chiesa.

Importante è il concilio di Costanza. Tre papi si contendevano la cattedra di Pietro. Il concilio, grazie alle pressioni dell’imperatore Sigismondo, fu convocato dal papa romano Giovanni XXIII (1414-1418), e riuscì nel suo intento principale, quello di ristabilire l’unità della chiesa, deponendo tutti e tre i papi regnanti (compreso Giovanni XXIII). Di questo concilio val la pena ricordare soprattutto la motivazione in base alla quale esso prese le sue decisioni. Si legge nel decreto “Haec sancta” del 6 aprile 1415: “Il sinodo legittimamente congregato nello Spirito Santo, in rappresentanza della chiesa cattolica militante, trae il suo potere immediatamente da Cristo, …”. L’autorità del concilio non deriva cioè dal basso, ma da Cristo che mediante il suo Spirito si rende presente dove si “rende presente” la chiesa. Il concetto di “rappresentanza” (“repraesentatio”) non è quello della rappresentanza per delega.

Il Vaticano II è un concilio ecumenico atipico rispetto ai concili del passato. Già nella allocuzione di Papa Giovanni vengono indicate alcune linee fondamentali: il concilio deve rappresentare una ripresa non di questo o quel punto della tradizione cristiana, ma del suo complesso, per cogliere la sostanza perenne della dottrina cristiana e trasmetterla in una nuova formulazione più aderente alla cultura del tempo. Viene ascoltata l’opinione pubblica di vari paesi e culture. Nel concilio non si pronunciano condanne, ma si verifica la ricezione della maturazione teologica ed ecclesiale che si era avuta nella chiesa del primo Novecento. Figure decisive del mondo teologico in precedenza condannate o ritenute sospette diventano attori teologici incisivi nella redazione dei documenti conciliari. Il concilio fu Chiesa in atto soprattutto perché i vescovi e i teologi si misero realmente in ascolto del Vangelo, come è documentato dai diari dei vescovi che sono la dimostrazione migliore di questo ascolto-conversione del cuore e della mente.

Una novità è ancora costituita dai sinodi diocesani post conciliari che prendono atto della rinnovata consapevolezza della chiesa come mistero di comunione. Di essi fanno parte a pieno titolo anche i laici.

In definitiva si può dire che i sinodi sono anche strumento di governo della chiesa, ma non solo; sono un luogo dove si forma un consenso quando emerge un problema che verte sulla modalità della trasmissione del vangelo. Il sinodo rappresenta la chiesa nel senso che la rende visibile. Nel sinodo ci si mette, anche formalmente, in ascolto dello Spirito: al centro dell’assemblea sta il Vangelo, i lavori iniziano sempre, sin dal medioevo, con la bellissima preghiera “Adsumus” e con la celebrazione ecucaristica. Ed è nell’ascolto dello Spirito che si forma il consenso e si assumono le decisioni; il sinodo diventa un atto liturgico perché si rende presente Cristo così come nell’eucarestia si rende presente la passione di Cristo. Il potere del sinodo perciò non proviene dal basso, come atto di democrazia, ma dalla presenza di Cristo attraverso lo Spirito. Infine un sinodo è “perfetto” quando avviene la sua ricezione: il processo di ricezione può durare decenni, come verifichiamo direttamente con quella, ancora in atto, del Vaticano II.

Don Pino Ruggieri


Autore

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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