800 anni con Francesco
Quando si studia la letteratura italiana delle origini non si può prescindere dall’attività poetica religiosa in volgare, a cui appartiene il Cantico di Frate Sole di San Francesco. Si può affermare, con buona ragione, che il santo d’Assisi sta all’origine della nostra letteratura, e ciò è corroborato anche dalla centralità che la sua figura assume nel XI canto del Paradiso di Dante.
Il Cantico può essere inserito nel modus praedicandi di San Francesco che preferiva l’uso della lingua volgare al latino per rendere il popolo umile vicino alla Verità predicata. Il testo venne dettato da San Francesco tra il 1224 e il 1226 dopo una notte vissuta tra atroci tormenti e sofferenze, nella quale ebbe la visione della sua beatitudine eterna. Da questa visione scaturì la lode del cantico, un’effusione lirica, uno sfogo di giubilo, un rendimento di grazie a Dio. Il testo è stato definito da Bruno Migliorini, storico della lingua italiana, e da Gianfranco Contini, filologo italiano, come una prosa assonanzata, ovvero una via di mezzo tra la prosa e la poesia. Mentre l’esecuzione del cantico doveva essere musicale seguendo, probabilmente, una notazione di tipo gregoriana, per quanto concerne lo schema delle lodi le fonti letterarie sono da rinvenire nella lirica dei Salmi, in particolare il salmo 148 e il cantico di Daniele.
Quando il Signore viene lodato per il Sole, per il vento, per l’acqua, per il fuoco, per la terra, per la morte corporale…, il valore grammaticale del “per” può essere causale, strumentale o d’agente. La critica letteraria ancora oggi dibatte sul valore che questa preposizione può assumere per il santo. L’ipotesi più accreditata è che San Francesco riprenda la tradizione, presente già in S. Agostino e S. Gregorio Magno, secondo la quale l’unica lode possibile a Dio è quella pronunciata da Dio stesso, passando “per” le creature. Nel testo il santo invoca le cose create da Dio perché Lo esaltino e Lo lodino: “Dio può essere lodato non in quello che Egli è, ma in quello che Egli non è, ovvero in quella realtà universa che è altro da Dio, ma nella quale Dio è presente per la sua stessa immensità” (R. Ceserani). Dio non è solo l’Amore increato che crea, ma è anche Carità che discende. In questo senso l’atto di lode di Francesco presenta una struttura circolare: parte da Dio, “Altissimo, onnipotente, bon Signore”, per tornare a Dio stesso attraverso il creato. Con buona probabilità questa visione della lode è un richiamo esplicito allo scenario dell’Apocalisse che vuole contrapporsi a quelle teorie dualiste catare dei tempi di Francesco che avevano individuato nel principio del Male l’origine del mondo. Il Cantico si configura come il monito del santo a lodare Dio, ovvero l’Amore che crea e regge il mondo.
