Le reliquie della Schininà in neuropsichiatria infantile
Un bambino che non riesce ancora a dire quello che sente. Un ragazzo che ha smesso di andare a scuola e non sa spiegare perché. Una madre che entra in ambulatorio stringendo in mano un foglio di appunti scritti la notte, perché di giorno non riesce a trovare le parole.
Sono loro, ogni mattina, ad aprire la porta dell’ambulatorio di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Maria Paternò Arezzo di Ragusa.
E sono loro il motivo per cui questo posto esiste.
Padre Filesi, cappellano dell’OMPA, ha scelto di portare fin qui le reliquie della Beata Maria Schininà. È lui, ogni giorno, a percorrere i corridoi dell’ospedale e dell’ambulatorio con una presenza discreta ma costante — accanto ai pazienti, alle famiglie in attesa, agli operatori nei momenti difficili. Il cappellano ospedaliero non è una figura del passato: è qualcuno che abita gli stessi spazi della cura, che entra dove la medicina da sola non basta, che offre ascolto e senso nei momenti in cui tutto sembra franare. Portare le reliquie della Schininà fin qui non è quindi un gesto esterno alla vita dell’ambulatorio: è il gesto naturale di chi già condivide, ogni giorno, lo stesso sguardo sui più fragili.
Maria Schininà conosceva bene quella stanza interiore. Nata a Ragusa nel 1844 da famiglia nobile, scelse di spogliarsi di tutto per farsi prossima agli ultimi — gli infermi, i poveri, i bambini abbandonati. Li chiamava «la pupilla di Dio». Non li assisteva da lontano: scendeva nei tuguri, sedeva accanto ai malati, si lasciava toccare dalla loro miseria. Sapeva che la cura autentica comincia quando si smette di avere paura dell’altro e del suo dolore.
È quello che accade ogni giorno nell’ambulatorio di Neuropsichiatria infantile.
I bambini con disabilità del neurosviluppo, con fragilità neurologiche, con disturbi del linguaggio e dell’apprendimento trovano un’équipe composta da neuropsichiatri infantili, psicologi, logopedisti, terapisti, che impara a parlare il loro linguaggio, fatto spesso di gesti, di gioco, di silenzi significativi.
Gli adolescenti in crisi — quelli che il dolore lo portano nel corpo, nel ritiro, in comportamenti che spaventano — trovano uno spazio in cui finalmente la parola può arrivare, e quando arriva, cura.
Le famiglie — spesso sole, spesso stanche di non essere capite — trovano qualcuno che le ascolta senza giudicarle, e le accompagna.
Un servizio pubblico, ad accesso diretto, aperto a tutte le famiglie senza distinzione: perché nessuna difficoltà resti senza risposta per ragioni economiche o burocratiche.
La Beata Schininà ripeteva instancabilmente alle sue suore: «Amate, amatevi, amate Gesù, amate chi soffre». Sono parole semplici, quasi disarmanti. Eppure descrivono con precisione sorprendente il senso di un servizio pubblico dedicato ai bambini e ai ragazzi più vulnerabili di questa terra.
La visita delle sue reliquie non è un evento devozionale separato dalla realtà quotidiana dell’ambulatorio: è un rispecchiarsi, un riconoscersi nello stesso sguardo — quello di chi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
Letizia Carbonaro
