Società

Pubblicato il 8 Luglio 2026 | di Vito Piruzza

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La sanità di tutti, il fisco di pochi

Qualche settimana fa apprendiamo dalla stampa che uno sportivo di livello mondiale si è rivolto a una struttura sanitaria milanese di eccellenza per degli esami clinici, la struttura in argomento è privata (me ne esistono altrettanto eccellenti pubbliche), ma convenzionata con il SSN quindi sostanzialmente finanziata dalle tasse di noi cittadini; la riflessione origina dal fatto che il nostro compatriota risulta fiscalmente residente all’estero e quindi non contribuisce al mantenimento del sistema sanitario nazionale.

Voglio chiarire in premessa alcune cose:

  1. non so se lo sportivo in argomento si sia rivolto alla struttura in regime di prestazione privata e quindi pagando gli accertamenti di tasca propria, e poco rileva ai fini della riflessione che voglio proporre perché comunque la legislazione italiana prevede in questi casi che il nostro concittadino con il versamento di un contributo annuo di 2.000 euro abbia diritto alla normale assistenza sanitaria;
  2. non cito il nome dello sportivo e della struttura sanitaria non per omertà, ma semplicemente perché non si tratta di un caso isolato, ma di una prassi generalizzata; si pensi che solo a Montecarlo hanno residenza fiscale circa 8.000 cittadini italiani, per non parlare di altri Paesi con legislazione fiscale di favore, quindi non mi interessa il caso specifico, ma il modello che rappresenta.

Ovviamente nel caso in questione così come, presumibilmente, per gli altri 8.000 cittadini la scelta è dettata dalla volontà di non contribuire ai servizi della collettività nazionale pagando le tasse sul proprio reddito; ma quella struttura sanitaria di eccellenza ci sarebbe se tutti gli altri cittadini si rifiutassero di pagare le tasse come fanno questi 8.000 nostri concittadini?

Se poi, come accade in molti casi relativi agli sportivi, si tratta di persone inizialmente non ricche, ma fa davvero differenza guadagnare 100 milioni o guadagnarne 60? In cosa cambia la vita il denaro al di sopra di una certa soglia? I nostri antenati inveivano: ”Auri sacra fames”!

E vedete che il problema non riguardo sola il rapporto con il fisco, ma investe molto più genericamente il rapporto tra l’individuo e la comunità di cui si fa parte; facciamo l’esempio dei partiti: nella prima repubblica il partito più rappresentativo della sinistra richiedeva ai propri parlamentari, per le necessità dell’organizzazione, il versamento di una quota dell’indennità vicina se non superiore al 50%; una cosa del genere sarebbe semplicemente impensabile oggi anche se paradossalmente abbiamo un sistema elettorale in cui è proprio il partito a decidere chi sarà eletto e chi no, quindi, teoricamente, con un potere contrattuale nel rapporto comunità partito-singolo parlamentare molto più favorevole al partito.

Il ruolo dell’io è oramai assolutamente predominante e relega la comunità in un ruolo marginale e la solidarietà che ne rappresenta l’elemento costituente destinata sempre di più a divenire orpello per nostalgici.

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