Attualità

Pubblicato il 1 Dicembre 2021 | di Alessandro Bongiorno

Il “buco” nero dei pronto soccorso

Dagli ospedali di Ragusa, Vittoria e Modica sale lo stesso ritornello. Attese insostenibili nei pronto soccorso. Le risposte che arrivano sono anche queste ritornelli già ascoltati: non ci sono medici a sufficienza con le specializzazioni per i reparti di emergenza e urgenza. Il problema non riguarda solo la sanità ragusana. Le stesse difficoltà si registrano un po’ ovunque e sono il segno di come sia necessario tornare a investire nella sanità pubblica. È anche vero che modelli di sanità presenti in altre regioni e la possibilità di appoggiarsi ai policlinici universitari rendono il problema meno acuto rispetto a quello percepito in Sicilia e a Ragusa in particolare. La stessa carenza di medici specializzati si trova anche nei reparti di Anestesia e Rianimazione che, proprio con i Pronto soccorso, rappresentano il cuore di un ospedale.

I tagli alla sanità, il numero chiuso per l’accesso alla facoltà di Medicina, una programmazione che non è mai stata il forte delle amministrazioni pubbliche e dei manager cui è stata affidata la sanità in Sicilia sono sicuramente alla base di questo fenomeno. A Ragusa, però, c’è di più e giustifica il malcontento – espresso sempre in modo oltremodo civile se si eccettua qualche eccezione sicuramente da condannare – della popolazione. La provincia e la città di Ragusa hanno infatti già dato abbastanza a un modello di sanità che prometteva maggiore efficienza al costo di quella che veniva chiamata razionalizzazione. Per rendere più razionali ed efficienti i servizi, si sono infatti chiusi i pronto soccorso e le sale operatorie degli ospedali di Comiso e Scicli perché si diceva che a non più di sette-otto chilometri di distanza si potevano trovare risposte alle esigenze di chi aveva bisogno dell’aiuto di un ospedale.

Ma guardando quelle scelte con gli occhi di oggi, i medici dei pronto soccorso chiusi non li ritroviamo più a potenziare le strutture di emergenza degli ospedali che servono comprensori più ampi. L’utenza è aumentata, i medici sono diminuiti, i tempi d’attesa nelle sale d’aspetto dilatati all’infinito, le tasse pagate dai cittadini per il sistema sanitario di certo non diminuite. Razionalizzazione ed efficienza non le abbiamo apprezzate, i tagli ai servizi sono rimasti tagli e basta.

Lo stesso è accaduto a Ragusa dove prima si sono accorpati i pronto soccorso degli ospedali Civile e Paternò Arezzo (tanto a Ibla – città tra l’altro universitaria – c’è la guardia medica, si diceva), poi è stata chiusa anche la guardia medica di Ibla. Anche in quel caso trasferire medici e apparecchiature in un unico ospedale avrebbe dovuto garantire servizi migliori. Non è stato così. Il Covid, con i suoi protocolli d’accesso alle strutture, ha reso tutto più difficile e oggi non basta più allargare le braccia, dicendo che non ci sono medici, se le attese si protraggono anche oltre le dieci ore e chi attende non può avere, nel suo momento di dolore e di sofferenza, neanche il conforto di un congiunto.

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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