Altari barocchi iblei
Presso la sala riunioni del Vescovado, su iniziativa del Centro internazionali di Studi sul Barocco e della Società Ragusana di Storia Patria, è stato presentato il volume L’altare barocco nella Sicilia Iblea, modelli architettonici, macchine sceniche, a cura della prof.ssa Lucia Trigilia.
Carmelo Arezzo, Presidente della Società Ragusana di Storia Patria, nella sua introduzione ha definito l’opera una pietra miliare sull’argomento, grazie anche ai contributi di vari studiosi. Una guida sugli altari delle nostre chiese di cui si individuano committenti e maestranze.
La prof.ssa Trigilia ha parlato di una vera e propria indagine sistematica degli altari delle aree di Ragusa e Siracusa, luoghi per eccellenza del Barocco.
L’altare non è un singolo elemento, ma va visto e studiato all’interno dello spazio in cui è collocato ed è in relazione con esso, può essere considerato metafora dei grandi temi rappresentativi della stagiona barocca che pone al centro la meraviglia capace di unificare insieme l’architettura, l’apparato artistico e quello teatrale.
L’area iblea offre una vasta produzione disvelando modelli architettonici, materiali, committenti e maestranze attive tra Seicento e Settecento in un’area geografica interessata da eventi sismici che hanno reso necessarie vaste ricostruzioni con conseguenti sperimentazioni di strutture innovative. Gli altari al pari degli edifici e delle facciate barocche si fondano sul movimento e si pongono come quinte scenografiche, come fondali nello spazio teatrale della chiesa.
I modelli ed i rimandi degli altari barocchi sono gli studi e le opere del gesuita Andrea Pozzo, significativo esponente del barocco romano, mirabile creatore di effetti ottici di sfondamento spaziale e prospettico, con scene complesse di figure e architetture, ma anche le Quarantore del barocco romano, uno dei momenti più alti della civiltà dell’immagine cattolica post-tridentina, un teatro quasi interamente visuale accompagnato da apparati prospettici, illuminazioni artificiali, musiche, orazioni ed “esercizi spirituali” al modo ignaziano. Evidente anche l’influsso delle invenzioni berniniane a partire dal Baldacchino nella Basilica di San Pietro. Da ciò emerge il quadro di una Sicilia, non isola remota ma insieme di mondi attraversati da influenze italiane ed europee a loro volta reinterpretate in modo originale.
Una Sicilia degli altari come laboratorio artistico dove lavorano marmorari, indoratori, lapicidi e gli architetti scenografi si esercitano per coinvolgere il fedele con queste macchine scenografiche liturgiche che avvicinano cielo e terra.
Nel suo intervento il prof. Giuseppe Barone ha sottolineato il policentrismo culturale della Sicilia del tempo ed in particolare dell’area iblea. La bellezza e la magnificenza degli altari sono il frutto degli investimenti della seconda metà del Settecento grazie alle straordinarie opportunità di dinamismo socio-economico ed agroindustriale del Sud Est che hanno creato le premesse economiche prima che culturali affinché questa bellezza si realizzasse.
A cui si aggiunge, a Ragusa, la diversa provenienza delle aristocrazie locali, una vera e propria élite aperta che interagisce con una nutrita presenza di un ceto di alto artigianato.
Il prof. Paolo Nifosì ha fatto una carrellata degli apparati di Ragusa e dell’area degli Iblei occidentali, in cui lo spartiacque del terremoto è l’incipit di una nuova stagione anche per gli altari, con ovvie differenze tra linguaggi e maestranze del Seicento e Settecento.
Ha concluso Don Giuseppe Antoci che ha sottolineato, tra le altre cose, l’importanza delle vie marittime per il trasporto dei materiali necessari alla realizzazione delle opere.
