A passeggio con Argo a guinzaglio
Difficile dire quanto Gesualdo Bufalino fosse attaccato alla nostra provincia, a ogni paesino a ogni stradina. Egli è sicuramente l’autore nel quale chiunque abbia vissuto nella provincia di Ragusa si riconosce non appena prende in mano un’opera, una qualunque e la sfoglia lentamente.
Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; […] Che sventolare a quel tempo, di percalli da corredo di lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta;
Chiaramente a questo punto Bufalino inserisce in questo delizioso quadretto, ciò che rende quel paesaggio definitivamente completo:
[…] e che angele di ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune. Quella che amavo io era la più bruna.
Gli amori giovanili e i loro luoghi, raccontati dalla memoria, che non video registra, ma che ricompone a suo piacimento, giacché la memoria è come un faro infedele per il marinaio. L’aedo, il poeta, dice Pascoli nel Fanciullino, è un uomo che ha veduto e perciò sa, anche se poi, come nel caso di Bufalino, ricorda a suo modo…
Questa è un po’ la ricetta di Argo il cieco (ovvero i sogni della memoria) opera pubblicata da Sellerio nel 1984. Camminare con Argo a guinzaglio potrebbe essere un modo nuovo di girare la nostra Sicilia, sicuramente più intrigante di scoprirla attraverso i volumetti rossi del Touring Club.
Al capitolo X facciamo gite in barca a Donnalucata; nel capitolo XIII arriviamo in netto anticipo al gran ballo di Chiaramonte Gulfi, per un ferragosto già antico all’epoca, pieno delle future buonanime, nel giardino di sempreverdi pensile sulla valle. Entriamo e non c’è ancora nessuna coppia in vista, mentre ai tavoli le consuete facce di scapoli, sempre i primi ad arrivare, facce toste che siamo.
Insomma quell’estate del ’51 ci regala i vent’anni che non abbiamo vissuto e viviamo gli amori non corrisposti, che a detta di Bufalino, e avrà pure ragione, sono i più comodi.
Ma siamo stati felici in quell’estate del ’51 anche non corrisposti giacché:
anche se si ama, e non ci ama, una bruna dal viso d’uliva, dal corpo di serpentello che fa glu glu nelle canne della gola; anche se lei non ha che disprezzi per il miope bleso poeta e riserva il lampo degli occhi solamente alla concorrenza. Non si è infelici, sebbene si proclami a gran voce di esserlo, e si pianga volentieri un sabato sì e un sabato sì, di ritorno dalle veglie di Cava d’Aliga, prima di prendere sonno e dormire dodici ore di fila...
O quante volte, pure io, partivo con femmine e me ne tornavo poi da solo, anch’io piangendo, da Sampieri, da Cava d’Aliga, da Cava del Diavolo. E mi incontravo con gli amici sul lungomare di Donnalucata, per raccontare loro, il torto, l’ennesimo, che quella Maria Venera, reincarnatasi nel secolo XXI, continuava a infliggermi. E mi sconsigliavano, ancora, come avevano già fatto con Gesualdo, mi sconsigliano quell’amici, di star dietro a Venera, a questa furbetta senza sale, vogliosa d’uomini, ma confusa e disordinata di mente.
Così mi dicevano gli amici, e per un minuto gli davo ragione pure io ma poi Venera tornava ad essere agli occhi miei uguale alla Madonna di Gulfi, venuta di là dal mare, che neanche tre paia di buoi erano valsi a smuovere dal sito dove aveva deciso di fermarsi e avere un altare.
Il guaio è che chiaramontano io lo sono davvero, e sfogliando le sue pagine mi parte in testa anche la Marcia della Madonna di Gulfi, quando se ne sale correndo in paese la prima domenica dopo Pasqua. Come fu e come non fu, verso Cava d’Aliga non ci vado più. In estate me ne sto nascosto a Playa Grande, non ho più vent’anni, e non posso piangere più.
