Cultura Mostra Videro e Credettero

Pubblicato il 16 Novembre 2013 | di Mario Tamburino

Un’occasione di incontro e di annuncio

Andare oltre il perimetro delle sagrestie e dire a tutti “ciò che abbiamo di più caro”.È questa la sintesi dell’esperienza personale e comunitaria che la Mostra intitolata “Videro e credettero. La bellezza e la gioia di essere cristiani” ha permesso di vivere a quanti l’hanno promossa, allestita e presentata nelle belle Sale di Palazzo Garofalo a Ragusa dal 25 ottobre al 1 novembre.

La manifestazione itinerante, che ha toccato centocinquanta città in tutto il mondo, da Milano a Londra, dal Belgio al  Perù, è stata un’occasione di incontro e di annuncio anche nel capoluogo ibleo accogliendo oltre mille visitatori.

Si tratta di un annuncio antico e nuovo, che da duemila anni percorre la storia a scardinare le anguste categorie dei nostri ragionamenti con l’imponenza inesorabile di un fatto. L’unica notizia radicalmente nuova della storia dell’umanità: Dio, l’Infinito, l’oggetto misterioso del desiderio di felicità dell’uomo, ha fatto irruzione nella storia  per inchinarsi davanti ad una ragazzina di quindici-sedici anni; ha vissuto la vita degli uomini, ha lavorato con mani d’uomo, ha amato col cuore di un uomo fino a dare la vita per quanti gli sputavano in faccia.

E poi è risorto! Con umorismo sottile e irriverente nei confronti di regole e schemi si è mostrato, per prima, ad una donna dal precario equilibrio psichico, Maria di Magdala. Un avvenimento degno di fede proprio perché la sua veridicità, se fosse stato inventato, non sarebbe mai stata affidata alla testimonianza di una donna le cui parole, nella cultura e nel diritto ebraico, avevano un valore uguale a zero.

Risorto! Cioè contemporaneo. Operante nella storia anche qui, proprio ora. Non come una esemplarità irraggiungibile, né come una dottrina da osservare scrupolosamente, bensì come rapporto da sperimentare e nel quale affrontare l’esistenza, certi e lieti.

Non suggestioni sentimentali date dal fortunato perdurare di circostanze apparentemente favorevoli, ma fatti reali a cui guardare, per credere.

Il percorso, attraverso le immagini dei film di Pasolini o dei quadri di Hopper, dei testi di Wittgenstein o don Giussani è stato, per insegnanti ed alunni, per turisti e cresimandi, per famiglie e per avventori solitari, l’occasione per essere guidati sino all’ultimo dei trentadue pannelli della Mostra: il volto del Cristo benedicente del monastero di santa Caterina, sul Sinai. L’itinerario della vita, infatti, anche quella dell’uomo iperscettico della post modernità, si svolge nell’abbraccio di quello sguardo nel quale può riscoprire se stesso.

Un volto, quello del Cristo, sul quale sono ben visibili i segni della passione, perché “al cristiano – come recita uno dei pannelli – nulla è risparmiato” di ciò che accade anche agli altri uomini, sino al peccato e alla morte. “Ma tutto ciò è permesso” perché, nella consapevolezza di quell’appartenenza, dentro qualsiasi circostanza, l’umano possa fiorire, librarsi in aria come la donna del dipinto di Chagall, nella certezza che il rapporto con Cristo nella Chiesa non lo lascerà cadere nel nulla. Il nulla della crisi economica che divora la speranza e la dignità di tanta gente che conosciamo; il mare di indifferenza in cui sembrano inabissarsi, sulla soglia di casa nostra, i sogni di tanti che non conosciamo.

Il nostro niente è guardato! Per chi ha fatto il cielo e le stelle e il cuore dell’uomo, questa minuscola esistenza non è insignificante. Quel volto, alla fine della mostra ce lo riafferma in modo sorprendente: io e te, amico, in qualche modo, siamo ciò che Dio ha di più caro.

 

Mario Tamburino

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