Società

Pubblicato il 12 Dicembre 2013 | di Andrea G.G. Parasiliti

PERCHÉ IL VESTITO, LA GIACCA E LA CRAVATTA POSSONO SALVARE LA VITA

Mi sono sentito male per strada l’altro giorno a Milano. Stavo passeggiando quando forse il freddo mi è entrato nelle ossa e non sono più riuscito a muovermi. Avevo la mia automobile a 5 metri, non avevo dove appoggiarmi e sentivo come se qualunque movimento avessi fatto sarei caduto a terra come una pera. Allora vi erano dei passanti, ero in pieno centro accanto alla basilica di Sant’Ambrogio. Ero uscito come esce un ragazzo di casa, con una tuta e un giubbotto giornaliero. Al tabacchino tanto dovevo andare, a comprare le sigarette e a farmi fare una spremuta. Chiedo aiuto. “Signore mi scusi, può venire un attimo, mi sento male, ho bisogno di aiuto”. Il signore, ben vestito, mi passa davanti e fa finta di niente. “Signore, mi scusi, signore!”. Niente.

 

Sempre più stanco e con le ultime energie che avevo chiedo a un ragazzo, anch’egli ben vestito dall’altra parte della strada. Inizialmente fa finta di niente. Alché mi incazzo e gli dico “Tu vieni qua, per favore, mi sento male”. Quello infastito fa: “Che cosa vuoi!” Alla fine viene, mi da il braccio, mi accompagna alla macchina e se ne va.

 

Ora, che sono tornato a casa, mi sento ancora più sconvolto. Nel pieno centro di Milano se chiedi aiuto non ti danno conto. Devi dimostrare di essere uno di loro, e la mia stessa carnaggione saracena rivestita da abiti casuali, quel giorno, non gli aveva dato quell’impressione. Sarà che non ero vestito bene, mi sono detto. Se fossi uscito con una bella camicia, un bel pantalone e un soprabito con la mia sciarpa firmata, allora si sarebbero certamente fermati: sarei sembrato uno di loro, un bel passante per strada elegante e degno di attenzione, impegnato a firmare chissà quali contratti finanziari.

 

Ebbene, questa cosa è abberrante. Non sarebbe mai successo questo nelle periferie di Milano, piene di stranieri. Qualche mese fa, mentre andavo a trovare un’amica, mi si è chiuso in faccia un cancello dalla molla impazzita. Tre amici arabi, che non avevo mai visto prima sono subito venuti a soccorrermi e hanno aspettato con me che mi sentissi meglio: Shukran Jazilan, “Grazie mille”, gli faccio. Mi hanno lasciato solamente quando è arrivata la ragazza che aspettavo, dicendomi: “Ora lei si prenderà cura di te”.

 

Sarà che sembravo uno povero e pazzo con una tuta e un giubbotto giornaliero e sarà pure che l’occidente civilizzatore andrebbe ri-civilizzato…

 

Con lo stesso stupore, lunedì, al Teatro Nazionale di Milano, ascoltavo Battiato, che ha dato vita a uno spettacolo arabo. Diwan: l’essenza del reale, si chiamava il progetto. Diwan come i cuscini sui quali i poeti si sedevano per tessere le loro parole. Un canzoniere dunque: riproponeva, infatti, l’artista siciliano, dei pezzi del sommo poeta arabo, Ibn Hamdis di Noto.

 

Con stupore dico alla mia ragazza: “guarda Katia, guarda com’è pieno questo teatro e come la gente ascolta attenta le parole di Battiato, di Etta Scollo, di Nabil Salameh e di Sakina Al Azami o come caspita si chiamava… Non ti sembra strano che tutti qui ascoltino incantati le canzoni nella lingua di quegli stessi extracomunitari, extraeuropei, extraterrestri di cui non gliene frega niente a nessuno?”

 

Lo stesso Battiato a un certo punto ironizzò raccontandoci di una sera in cui si trovava a Venezia in un ristorante. A un certo punto arriva il cameriere e gli dice che ci sono quattro persone strane, sicuramente losche, che volevano parlare con lui. «Ci dissi di farli entrare comunque». Erano curdi, e volevano conoscerlo perché nelle Strade dell’Est aveva parlato di Mustafà Mullah Barzani.

 

“A me, sinceramente, era parso più losco il cameriere”, conclude il maestro. E così anche a me paiono più loschi i bei passanti d’occidente…

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Autore

Andrea G.G. Parasiliti

(Ragusa, 1988). Laureato in Filologia Moderna all'Università Cattolica di Milano è dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Catania. Collaboratore del Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca della Cattolica di Milano (CRELEB) è autore di "Dalla parte del lettore: Diceria dell'untore fra esegesi e ebook", Baglieri 2012; "La Totalità della Parola: origini e prospettive culturali del libro digitale", Baglieri 2014; Ha tradotto per il CRELEB le "Nuove Osservazioni sulle Attività Scrittorie del Vicino Oriente Antico" di Scott B. Noegel (Milano, 2014). Ha pubblicato un racconto dal titolo "Odisseo", all'interno della silloge su letteratura e disabilità "La mia storia ti appartiene" Edizioni progetto cultura (Roma 2014). Giornalista pubblicista, collabora con Torquemada (Milano), Emergenze (Perugia), Operaincerta (Modica), e con "Insieme" dal gennaio del 2010.



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