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Pubblicato il 17 Marzo 2015 | di Silvio Biazzo

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Buon compleanno Italia

Perché la data del 17 marzo? In questo giorno si ricorda l’anniversario della proclamazione ufficiale del Regno d’Italia (1861), avvenuta ad opera di Vittorio Emanuele II, attraverso la promulgazione della legge n. 4671 del Regno di Sardegna. Con la stessa legge Vittorio Emanuele proclamava Re se stesso, determinando la successione ereditaria del nuovo Regno.
Giornata di festa solamente civile però quindi senza chiusura per scuole e uffici pubblici. Il Consiglio dei ministri “istituzionalizza” la ricorrenza nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia aggiungendo una festa ufficiale al calendario italiano, ma le celebrazioni che avvengono ogni anno non determinano I’introduzione di un nuovo giorno “festivo”: I’Unità d’Italia verrà ad ogni modo magari ricordata attraverso convegni e dibattiti.
downloadE’ stato detto che il 17 marzo è una data dal forte valore simbolico per l’Italia e rappresenta quindi il punto di arrivo nel percorso dell’unificazione nazionale e, al tempo stesso, il punto di partenza del cammino verso il completamento dell’unificazione del Paese. Passata quindi la boa dei 150 anni, il 17 marzo resterà un giorno di ricordo: un disegno di legge approvato dal consiglio dei ministri lo ha ribattezzato “Giornata dell’Anniversario dell’Unità d’Italia”.  Ma sarà – come su accennato – una solennità civile, di quelle che non devono pesare sul bilancio pubblico, insomma, un giorno per ricordare e per riflettere su storia e radici del Paese. La Giornata dell’Unità d’ Italia è un po’ come la Giornata della Memoria o il giorno del Ricordo o la Giornata del Tricolore, tutte celebrazioni che hanno un loro posto nel calendario e che vengono puntualmente ricordate e onorate, senza che per questo si provochi un fermo del Paese.
Molto si è discusso sul valore all’epoca dell’operazione “unificazione”, se ne è occupato con taglio critico il compianto storico locale Mimì Arezzo che nel suo libro “Il processo” ha affrontato il problema percorrendo un binario non certamente tradizionale, e del quale riportiamo alcuni spunti. Si sa che appena Garibaldi sbarcò a Marsala, avendo trovato nella cassa del municipio alcune migliaia di lire in baiocchi, ne fece dono ai volontari; cominciò così con questo piccolo atto generoso la spoliazione del Sud…l’episodio fu il primo di una infinita serie di spoliazioni – si legge nel libro – , di espropri, di esazioni forzate che i piemontesi fecero ai danni dei siciliani. Nel libro si legge ancora: “Appena arrivarono a Palermo, per esempio, prelevarono dalle casse del Banco di Sicilia tutto ciò che trovarono…e lo portarono nella loro Torino. Bisognava sfruttare la colonia appena conquistata…perché i debiti del Piemonte erano pressanti: si iniziò con l’unificare il debito nazionale, la Sicilia, che all’atto dell’unità d’Italia non aveva praticamente debiti, in brevissimo tempo venne asfissiata dal carico enorme del debito pubblico…le ingentissime rimesse degli emigranti siciliani vennero dirottate verso la cassa “comune”…servivano sempre più mezzi per sostenere e far crescere le industrie del Nord…Ad ogni scelta di carattere economico il governo rispondeva danneggiando il Sud, colonia da sacrificare ai superiori interessi del Nord padrone…Venne trasferito da Palermo a Genova il Compartimento Marittimo della Navigazione Generale, con gravissimo danno per la Sicilia, e si guardò bene dal dare commesse di nuove navi ai magnifici Cantieri Navali di Palermo, famosi a livello internazionale per la qualità del naviglio prodotto…la Sicilia vede costantemente diminuire il suo livello economico (inizia il lento inesorabile fenomeno dell’emigrazione, ndr), continuano ininterrotte le spoliazioni… un fiume di opere d’arte, di macchinari di industrie, di tesori di qualunque genere prendono la strada del Nord… i palazzi reali siciliani sono stati vergognosamente spogliati e depredati dagli affamati piemontesi…”.

E ci fermiamo qui, troppo lungo il racconto: ma è proprio un racconto quello di Mimì Arezzo o qualcosa di ben più “reale”? Ai posteri l’ardua sentenza, dice il saggio. Non è nostro compito giudicare.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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