Vita Cristiana

Pubblicato il 10 Febbraio 2026 | di Redazione

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Ricordarti diventa preghiera

Ci sono vite che non fanno rumore, ma quando se ne vanno lasciano un silenzio pieno. Pieno di volti, di gesti, di ricordi che non si riescono a dire tutti insieme, per favore, perché abitano troppo in profondità. La vita di padre Emanuele La Cognata è stata una di queste.  Una bella vita.  Non perché facile, non perché perfetta, ma perché donata fino in fondo. Io l’ho conosciuto da bambino, quando ancora non sapevo dare un nome alle cose importanti. Lo aspettavamo la domenica all’imbocco della strada, in quella parrocchia di periferia a Vittoria, la parrocchia del Purgatorio. Arrivava con la sua Simca, e quella macchina diventava una festa improvvisata: i bambini salivamo dentro, sul cofano, perfino sul tetto. Poi si partiva, per le strade del quartiere, a suonare la campana. Era così il suo sacerdozio: in mezzo alla gente, con la polvere addosso, con il sorriso largo di chi non ha paura della vita. Un prete di campagna, sì, ma nel senso più alto del Vangelo.

Facevo il chierichetto. Un giorno, senza dirgli nulla, avevo indossato un paramento, come fanno i bambini quando giocano a fare i grandi. A un certo punto spunta lui. Mi guarda, mi richiama con dolcezza, e poi mi dice una frase che mi è rimasta addosso per sempre: «Ricordati che chi si mette questi abiti poi c’è il rischio di diventare sacerdote». Io, con la sicurezza di chi non sa ancora nulla della vita, risposi: «No, padre La Cognata, io non voglio diventare prete.». E la vita, silenziosa, sorrise. Padre Emanuele non è stato solo un parroco.

È stato un padre. Nei momenti difficili della mia famiglia, quando il dolore bussava senza chiedere permesso, lui c’era. Veniva a casa nostra. Consolava, aiutava in tutti i sensi. Senza clamore, senza farlo pesare, come fanno solo i veri padri. Poi gli anni sono passati. E Dio, che ama i suoi intrecci, me lo ha fatto ritrovare rettore del seminario di Ragusa. Io arrivavo dal seminario di Patti, arrivai nel Seminario di Ragusa. Entrai e lo trovai a pulire la stanza, il bagno. Rimasi spiazzato. Provai quasi imbarazzo: «Padre, non si preoccupi…» E lui, semplicemente: «Ci penso io. Questo si chiama accoglienza. Ricordatelo: un giorno, quando sarai sacerdote».

In quel gesto c’era tutto. Non era un maestro di cattedra. Era un maestro di vita. Non dava lezioni: le incarnava. Era un Rettore che voleva bene ai seminaristi. Uno che non aveva paura dei lavori umili. Uno che non smetteva mai di sorridere. Sempre contagiato dallo Spirito. Sempre innamorato di Dio. Così, senza grandi discorsi, ha influito anche sulla mia vocazione.

Parrocchiano ieri. Seminarista poi. Sacerdote oggi. Sempre figlio.

Negli ultimi anni la malattia gli ha tolto la vista. Ma non gli ha tolto lo sguardo. Quando andai a trovarlo, bastò un saluto. Mi riconobbe subito: Francuzzu! Perché esistono occhi che vedono più del corpo.  Sono gli occhi del cuore. Sono gli occhi di chi ha amato davvero. Oggi, mentre lo affidiamo al Signore, sento solo gratitudine. Perché questi sono i pilastri del sacerdozio. Sacerdoti veri. Sacerdoti innamorati. Sacerdoti che, solo guardandoli, facevano nascere il desiderio di seguire Gesù.

Forse oggi siamo troppo strutturati. Forse ci manca, lo dico per me, quella povertà luminosa, quella libertà evangelica, quella santità feriale che profumava di Vangelo. Padre Emanuele l’ha vissuta tutta. E per questo resta. Resta nella memoria grata. Resta come esempio silenzioso. Resta come benedizione sulla mia vita. Che il Signore gli doni ora quella gloria e lo ricompensi per il frutto delle sue buone opere.  Caro parroco, caro Rettore, caro Sacerdote, caro confratello, e carissimo Maestro prega dal cielo per Me.

Franco Ottone

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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