Vita Cristiana

Pubblicato il 19 Ottobre 2015 | di Alessandro Bongiorno

Le parole, i fatti, i silenzi, i doni di un vescovo che ha anticipato lo stile di Papa Francesco

Dopo più di 13 anni si è concluso il ministero episcopale a Ragusa di monsignor Paolo Urso. Al suo successore lascia una Diocesi che vive, come il resto della Chiesa, l’entusiasmo e le speranze suscitate dall’esempio e dal magistero di Papa Francesco, e gli affanni e le difficoltà quotidiane che non mancano in qualsiasi comunità.

Rispetto al giorno del suo insediamento tante cose sono cambiate nella nostra Chiesa particolare, altre monsignor Urso avrebbe voluto anche modificarle ma si è reso conto che i tempi non erano forse sufficientemente maturi. Su tante questioni, negli atteggiamenti, nel modo di porsi con le persone non c’è dubbio che abbia anticipato di almeno dieci anni quanto Papa Francesco indica e testimonia oggi.

Le parole. Ha vissuto in maniera sobria, riuscendo a creare canali di dialogo veri e autentici con chiunque bussasse alla sua porta. Non ha fatto sconti alla dottrina e le sue omelie – così come i suoi documenti o gli interventi pubblici – parlano ancora oggi in maniera concisa, semplice ed efficace al cuore e alla mente di ognuno.

Questa schiettezza lo ha, talvolta, portato alla ribalta nazionale con posizioni allora ritenute eccessive per un vescovo e che oggi si scontrano con i ripetuti “Chi sono io per giudicare” di Papa Francesco. Successe, ad esempio, quando nel 2005 dichiarò pubblicamente di andare a votare al referendum sulla procreazione assistita, lasciando ai cattolici libertà di coscienza, convinto dei principi della laicità dello Stato, o come quando, nel 2008 invitò a non giudicare e ad accompagnare con la preghiera un sacerdote che aveva deciso di compiere una scelta di vita diversa, o quando nel 2012, intervistato dal collega Giovanni Panettiere, ebbe a dichiarare che riteneva importante che lo Stato riconoscesse piena cittadinanza alle unioni omosessuali, pur sottolineando la diversità del sacramento del matrimonio.

I fatti. Alla Chiesa delle parole ha, però, privilegiato quella dei fatti. Tanti se ne potrebbero citare e ognuno ne ricorderà sicuramente qualcuno che ha vissuto in prima persona o di cui è stato testimone. Tra i più emblematici la marcia della Pace del capodanno 2005 che tentò di risanare la ferita lasciata aperta nella comunità ecclesiale dalla benedizione di una chiesa all’interno dell’ormai ex base missilistica dei Cruise. Ancor prima dei sindacati e dei governi, si è posto il problema del lavoro e della disoccupazione dei giovani dando fiato a iniziative come il progetto “Policoro” e sostenendo la nascita di una scuola di alta cucina nei locali dell’ex convento dei cappuccini a Ibla. Quando Papa Francesco ha chiesto alle comunità parrocchiali di farsi carico dei migranti, a Ragusa tanti locali in possesso della Curia, delle parrocchie e degli istituti religiosi erano già pieni di giovani che parlano lingue diverse dalla nostra e professano anche altri credi. Le mense per chi non ha neanche un pasto per sfamarsi o la casa di accoglienza per le donne vittime di violenze sono altre realizzazioni che hanno visto in questi anni impegnate le realtà ecclesiali della Chiesa di monsignor Paolo Urso.

I silenzi. Parole semplici, schiette e profetiche (anche tratte da romanzi e da autori letterari a conferma di quanto grande sia stata la sua apertura intellettuale), gesti e realizzazioni che segnano le tappe di un cammino ma, in questi anni di episcopato, anche tanti silenzi. Non fatichiamo a pensare e immaginare lunghe passeggiate tra i corridoi del vescovado a rimuginare sulle tante difficoltà – molte improvvise e imprevedibili – che monsignor Urso si è trovato a dover affrontare. In quei momenti si è affidato sicuramente alla preghiera, si è consultato con i suoi collaboratori più stretti, ha sperimentato la solitudine di un vescovo davanti a problemi di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Con la discrezione che gli è propria ha gestito anche queste situazioni, privilegiando la dignità della persona e la tutela dell’istituzione che gli era stata affidata.

I rapporti con i laici e con il clero. Monsignor Paolo Urso, al suo arrivo a Ragusa, ha trovato un laicato maturo per assumersi le proprie responsabilità e il vescovo non ha esitato a scommettere, anche al vertice di uffici importanti, su laici preparati, anche giovani, capaci di dare impulso e vitalità, con la spiritualità del quotidiano, alla Chiesa e alla società. Per far questo ha chiesto anche, talvolta, un passo indietro al clero. E forse non è un caso (per molti aspetti comprensibile) che talune resistenze al suo episcopato siano arrivate dal clero. Non era semplice anche soltanto modificare degli usi e delle abitudini che si erano sedimentate nei lunghi dell’episcopato di monsignor Angelo Rizzo.

Arrivando a Ragusa, in cattedrale, disse che voleva instaurare un rapporto di amicizia con i ragusani. E tutti i suoi messaggi di Natale e Pasqua iniziano con un “amici miei”. Oggi salutiamo un vescovo che è stato guida, fratello maggiore e anche amico.

Tra qualche tempo, guardando a questo episcopato con maggiore distacco, sarà forse più facile inserirlo nella storia del cammino della Chiesa di Ragusa. Ora non resta che un ringraziamento per i tanti doni che monsignor Paolo Urso lascia in eredità alla nostra Chiesa. Doni che, nella logica del seme, daranno frutto anche in futuro.

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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