Società

Pubblicato il 28 Dicembre 2015 | di Luca Farruggio

“ Costruiamo saperi ”: primo evento dedicato al Couscous presso la “Bottega dei saperi”

Si è tenuto ieri il primo dei cinque eventi in programma fino al 9 Gennaio 2016, e inseriti nel progetto ” Costruiamo saperi ” della Diocesi di Ragusa in partenariato con Associazione Uniti senza Frontiere, Associazione Architetti senza Frontiere e Confocooperative Sicilia.

La serata ha avuto inizio presso la Bottega dei saperi (a Ragusa, in Corso Vittorio Veneto 158-160), uno spazio d’incontro fra diverse tradizioni e culture, aperto alla Città di Ragusa (il prossimo appuntamento sarà, nella stessa sede, mercoledì 30 Dicembre alle 18,30).

Grazie alla Diocesi di Ragusa, che ha affidato i due locali della Bottega ai 25 partecipanti al progetto, sarà possibile far conoscere i prodotti agricoli e artigianali che vengono realizzati dai partecipanti stessi sui terreni di Villa Magnì, luogo concreto di lavoro.

Con il primo evento, gli organizzatori hanno voluto far conoscere meglio il couscous. Infatti, le porte della Bottega sono state aperte a tutti i cittadini, i quali sono accorsi numerosi. In molti hanno potuto gustare la speciale pietanza, preparata seguendo tre diverse tradizioni: tunisina, marocchina e turca.

Fethia Bouhajeb, di “Uniti senza frontiere“, ha spiegato le origini storiche e culturali del Couscous, con la sua lunga e originale tradizione. In tante parti del mondo, il couscous è conosciuto semplicemente col nome arabo taʿām, cibo. Il processo di preparazione, in modo particolare la cottura a vapore dei grani sul brodo in una pentola apposita, potrebbe avere avuto origine prima del X secolo d.C. in un’area vasta dell’Africa Occidentale. Il couscous è simbolo del popolo berbero, che esercitava la pastorizia e aveva a disposizione solo grano da sminuzzare e far seccare, per poi collocarlo nella parte più fresca della tenda.

Oggi, nei paesi del Maghreb, il couscous viene messo sulle tavole alla sera: una tradizione che ha le sue origini nel fatto che i popoli nomadi consumavamo il pasto la sera, quando si riposavano durante la notte sotto la tenda. In Marocco si consuma invece a pranzo: la tradizione insegna che si mangi tutti insieme attorno a un solo piatto, utilizzando le mani.

Molto significativa è la valenza sociale di questo piatto! Infatti, si mangia solo insieme alla famiglia e a chi viene considerato parte della comunità. In più, consumare couscous nel mondo islamico, è un rito religioso: spesso viene donato ai poveri in occasione dell’elemosina (zakāt, uno dei cinque pilastri dell’Islam). E’ anche il cibo tradizionale del pranzo del Venerdì (giorno sacro della preghiera collegiale musulmana), e delle occasioni singolari, per esempio la festa del ritorno dei pellegrini dalla Mecca.

A far conoscere questo piatto nel Mediterraneo furono principalmente gli arabi. Poi, tra il ‘600 e la fine del ‘700 vi contribuirono i pescatori di corallo di origini genovesi. Questi pescatori lo fecero giungere in Spagna, Francia, Sardegna, Liguria etc. In Sicilia il couscous arrivò copiosamente nella seconda metà dell’800, importato da Tunisi dai lavoratori di San Vito Lo Capo e Mazara del Vallo.

Prima della degustazione del couscous, Elisa Gulino, di “Architetti senza frontiere Onlus“, ha avuto la gioia di consegnare ai partecipanti al progetto numerosi libri, che molti cittadini hanno donato alla Bottega. In questo modo, la Bottega potrà diventare anche un luogo in cui favorire la diffusione del sapere e sperimentare il confronto reale tra diverse culture: un obiettivo pacifico a cui tutte le città, per motivi storici e politici, sono umanamente chiamate.

L’evento del prossimo Mercoledì 30 Dicembre (dalle 18.30 alle 21.00), sarà dedicato alla degustazione del the arabo e turco alla menta con pinoli, ai datteri ripieni e al dolce turco. Tutti possono partecipare, regalare un libro e gustare con gli altri il cibo. Perché mancare?

 

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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