Società

Pubblicato il 5 Novembre 2016 | di Giuseppe Nativo

Troppi i casi davanti al giudice. I medici si sentono accerchiati

Da un’analisi statistica effettuata qualche anno fa, emergeva una delicata problematica riguardante i chirurghi che per paura delle denunce non affrontavano casi difficili. Alta la percentuale di medici che avevano subìto nel corso della carriera una denuncia o un esposto per presunti eventi avversi.

Per molti il rischio di essere chiamati in giudizio sarebbe praticamente la prima preoccupazione sul lavoro, e altrettanti ammettono che l’esclusione o il non trattamento di pazienti a rischio, oltre le normali regole di prudenza, rappresenterebbe una possibile strategia di difesa abituale. Infatti si parla tanto di “medicina difensiva” nella speranza che non si trasformi in “medicina omissiva”. La problematica diviene ancora più articolata se si considera che le apparecchiature mediche talora si presentano non adeguate qualitativamente.

Ma il panorama oggigiorno è cambiato? I medici si sentono “paralizzati” dal pensiero di finire in tribunale? Abbiamo girato la domanda a Salvo Figura, già medico anestesista presso una struttura ospedaliera iblea. «Qualunque atto medico, sia esso la prescrizione di potenti farmaci, sia un intervento chirurgico di qualsiasi specialità, non può prescindere – risponde – da uno scrupoloso, prudente, professionalmente competente, studio del paziente. Ciò, affinché vengano esauditi i tre capisaldi dell’atto medico: diligenza, perizia, prudenza. Il sopraggiungere, però, di un “evento avverso” e imprevedibile, talora erroneamente denominato come “malasanità”, configurerà il loro contrario e si parlerà quindi di errore per: negligenza, imperizia, imprudenza. Tre atti colposi le cui argomentazioni si articolano nelle aule giudiziarie. Ogni giorno in tutt’Italia, migliaia di medici svolgono la loro professione con coscienza. Ma ciò non li porrà al riparo da una denuncia e da una richiesta di risarcimento astronomica, con annesso penale che distruggerà definitivamente la carriera professionale e la vita di quel medico messo subito alla gogna mediatica in ogni programma televisivo. Salvo poi appurare, a distanza anche di anni, la totale innocenza (come avviene in molti casi) del professionista, che aveva svolto il proprio lavoro con professionalità e che solamente il sopraggiungere di un evento avverso lo ha trasformato in un soggetto macchiatosi di un misfatto odioso».

 

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Autore

Giuseppe Nativo

Pubblicista. Appassionato di storia locale. Nel 2004 ha pubblicato un libro sulla Inquisizione in Sicilia nel XVI secolo, con particolare riferimento alla Contea di Modica. Collabora a diverse testate cartacee e on line.



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