Società

Pubblicato il 19 Novembre 2016 | di Mario Tamburino

Una luce nell’inferno dello sfruttamento

Agli occhi di chi vi si avventura per la prima volta può sembrare una specie di “savana”. Un dedalo di trazzere, un labirinto di stradine polverose che si torcono tra l’immensa, compatta distesa di plastica opaca popolata da dieci-quindicimila persone che va da Santa Croce a Marina di Acate. Siamo “e Maccuna”, una parte di questo mondo parallelo che si estende sul litorale ibleo, in una specie di sottosuolo della realtà che crediamo di conoscere.

Sul cross-over della guidato da Emiliano Amico, uno dei responsabili del progetto Presidio della Caritas di Marina di Acate,  percorriamo una delle tante “piste” per distribuire il volantino informativo che annuncia che anche quest’anno il presidio offre assistenza legale, medica, sindacale gratuita a quanti ne avessero bisogno, oltre, naturalmente, a coperte, vestiario, kit scolastici e un momento di gioco e di incontro alla settimana per i piccoli. All’improvviso, dallo squarcio di una traversa si intravede la chioma nerissima di un bambino. Decidiamo di tornare indietro e di avvicinarci. Oussema sembra avere sui sette, otto anni. Le ciabattine di plastica non gli impediscono di sgattaiolare agilmente dietro la copertura che protegge una coltivazione di peperoni.

A distanza di sicurezza il ragazzino ci guarda con gli occhi incuriositi. Lo stupore per la visita inattesa vince in lui il timore generato dall’intrusione degli estranei. Non riesce a staccarsi. «Come ti chiami»? La presenza, nel nostro gruppo, di due volontarie del servizio civile è un chiaro indizio del fatto che non c’è nulla da temere. Il papà del piccolo, comunque, non è lontano. «Sono qui da sedici anni – esclama l’uomo, la cui età non supera i quaranta, mentre prende in mano il volantino – e mai nessuno è venuto a interessarsi di noi». Della consulenza legale, in effetti, avrebbe proprio bisogno. Il «padrone» per il quale ha lavorato fino all’anno scorso – ci confessa senza vergogna – «s’ha manciatu u mé sangu». Dopo avergli promesso di liquidargli la parte degli stipendi che non gli ha mai corrisposto – perché la «metteva da parte», diceva – una volta concluso il rapporto di lavoro,  alla richiesta  dell’operaio tunisino di ricevere ciò che gli spettava, il “padrone” lo ha cacciato in malo modo. Una modalità che non stupisce gli operatori. «Ci vediamo al presidio – è l’invito – porta le buste paga!», nella speranza che non siano fasulle.

Di storie simili di ordinario sfruttamento ne conoscono a decine. E non sono le peggiori.

In questo sottobosco del mondo civilizzato, i rapporti di forza sono la regola. Dove, infatti, manca un’educazione della persona, laddove i “padroni” sono essi stessi alla mercé di chi controlla i mercati sui quali approdano i loro prodotti, è facile che la frustrazione si scarichi sull’anello debole della catena: l’immigrato. Mentre salutiamo Oussema e il suo papà, dalla finestra del casotto adiacente alla serra in cui lavora, spunta il volto di una donna con in braccio una bimba. Si apre un sorriso, incorniciato dall’hijab che le lascia scoperto il volto nascondendo i capelli; un rapido saluto con la mano tra le donne e ripartiamo.

Un pensiero accompagna l’immagine di quel gesto, che, cioè, in questo contesto di sopraffazione, in realtà, siano proprio loro, le donne, a pagare il prezzo più alto.

Percorriamo altre strade sterrate. Altro casotto, altra trazzera. Incontriamo Susanna. Ci accoglie sorridente. Ha sedici anni. Il suo bambino gioca scalzo per terra e il suo colore si confonde con quello della sera che cala. La casa è curata. Strano doverlo constatare, eppure la mano femminile è riuscita ad ingentilire persino questa catapecchia. Attraverso la plastica con cui è stata ricavata una parete e una nuova stanza ad allargare la struttura in cemento, si intravede un tavolo. Ci si ingegna come si può. Arriva Stefano, sui quarant’anni, il “marito”. I nomi, ovviamente, sono tutti “tradotti” dal rumeno, come la parola “marito”. Probabilmente anche la parola “moglie”, che forse nella traduzione diviene sinonimo di “giocattolo”, unico, misero, riverbero di quel desiderio di felicità trascinato nella polvere di una vita che si abbrutisce ogni giorno di più dentro l’orizzonte asfissiante delle pareti di plastica di una serra.

Ma non tutto è frutto delle circostanze. I datori di lavoro italiani, non sono costretti a respirare l’aria malsana dei concimi depositati all’interno delle baracche dove vivono i loro operai e per le quali devono pure pagare. Non è certo questo il caso dell’uomo denunciato dalla bambina di undici anni, che ha raccontato ai Carabinieri la scena a cui assisteva quando il “padrone” della serra e della casupola in cui abitava con la madre si presentava  a riscuotere ciò che gli spettava, soggiogando sessualmente la donna davanti alla figlia.

È tardi, torniamo al presidio. L’appuntamento è con Farouq, in Italia da sei anni. Da pochi mesi lo hanno raggiunto i tre figli: Kadijia, Samir, e Sarah, di sette, nove e undici anni. Hanno appena iniziato a frequentare la scuola. Hanno perso un anno rispetto alla classe frequentata in Tunisia. Le ragazze del servizio civile hanno preparato per loro i kit scolastici con corredo di diario, penne, colori e quaderni.

Chiedono uno zainetto. Ci mettono dentro gli oggetti per la scuola. Mi auguro che incontrino dei bravi insegnanti. In quegli zainetti, infatti, c’è un bene prezioso, da fare fruttare, si chiama speranza.

 

 

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