Attualità

Pubblicato il 28 Novembre 2016 | di Alessandro Bongiorno

Da un anno vescovo della Diocesi di Ragusa

Da un anno guida la nostra Diocesi. Monsignor Carmelo Cuttitta ha imparato a conoscere Ragusa e la Chiesa che gli è stata affidata. Con lui è iniziato un cammino che è, tra l’altro, coinciso per buona parte con il Giubileo straordinario della Misericordia. Rispondendo a dieci domande rivela grande attenzione per i giovani, non nasconde preoccupazione per alcuni fenomeni che riguardano la nostra realtà sociale, chiede centralità sulla famiglia e indica prospettive di speranza per il territorio e la Chiesa di Ragusa.

Da un anno è vescovo di Ragusa. Quali momenti Le sono rimasti più impressi nella memoria?

«Il mio episcopato a Ragusa – risponde – è iniziato il 28 novembre del 2015, quasi in coincidenza con il Giubileo straordinario della Misericordia. Questo anno trascorso a Ragusa è stato connotato da una scansione di appuntamenti. Aver iniziato il ministero episcopale in coincidenza con il Giubileo, mi ha dato la possibilità di incontrare molte persone. Tra i momenti che mi sono rimasti impressi, il Giubileo dei ragazzi e degli adolescenti con 4000 ragazzi festanti. Quell’assemblea mi ha riempito il cuore di gioia, aprendo a una dimensione di serenità e di speranza verso il futuro. Altri momenti molto belli il Giubileo delle confraternite o dei portatori. Un ricordo particolare lo conservo anche del Giubileo dei sacerdoti nel giugno scorso nel quale mi era stato chiesto di dettare una meditazione sul progetto di vita dei presbiteri. È stato un anno giubilare intenso, pieno di appuntamenti. Mi auguro possa aprire la comunità cristiana a nuove prospettive, riguardanti soprattutto la famiglia. Sulla realtà della famiglia abbiamo celebrato un sinodo straordinario e uno ordinario. Passano gli anni e i secoli e tutto ciò che è umano si va configurando in modo diverso. Già solo trent’anni fa la famiglia era diversa da quella di oggi. Il Papa ci ha invitato a prestare attenzione alle famiglie che vivono situazioni di disagio e la sua preoccupazione è quella di tutta la Chiesa. Il compito che ci affida il Sinodo è quello di prestare attenzione e accompagnare le coppie che vivono situazioni di disagio. A Ragusa – aggiunge – ho trovato belle realtà che si impegnano sui temi della famiglia. Mi piacerebbe che ci fosse maggiore attenzione sui ragazzi e i giovani-adulti che scelgono la via del matrimonio con itinerari di fede e di crescita umana e cristiana da offrire loro. Altrove il sistema delle convivenze è ormai diffusissimo. Dobbiamo tornare alla famiglia, potenziando l’attenzione sul disagio».

Come ha trovato la Chiesa di Ragusa?

«È una Chiesa vivace e piena di iniziative proposte da Diocesi, parrocchie, movimenti, comunità cittadine. Ho trovato grande attenzione sulla catechesi con tante disponibilità degli operatori che portano avanti un bel lavoro».

Come giudica il cattolicesimo dei ragusani?

«A Ragusa la fede è vissuta in modo più riservato, a Vittoria c’è più capacità di manifestare entusiasmo, nei paesi in modo ancora diverso. Non c’è un modo uniforme di vivere e professare la fede».

Come si è sentito accolto dai ragusani?

«Ho ricevuto dovunque una buona accoglienza. Ho trovato tante disponibilità. In tanti si avvicinano e chiedono di poter incontrare il vescovo e io, nei limiti del possibile, sono a disposizione».

Seminario e vocazioni. Dio chiama ancora a Ragusa?

«Ho trovato tre diaconi che ho ordinato subito presbiteri dando loro piena fiducia. Altri due diaconi hanno da poco conseguito il titolo accademico e quanto prima saranno ordinati presbiteri. In seminario ho trovato due ragazzi più altri tre che provenivano da Paesi africani. In tutto cinque ragazzi. C’erano più docenti che alunni e una riflessione sull’opportunità di mantenere a Ragusa lo studio teologico s’imponeva. Ne abbiamo discusso, insieme a tutti i sacerdoti, lo scorso 5 aprile soffermandoci sui giovani, sulle vocazioni e, infine, anche sul seminario. Ci siamo impegnati ad attuare una pastorale dedicata ai giovani con una prospettiva vocazionale largamente intesa. I due ragazzi che c’erano ora studiano a Palermo (sono stati ammessi al terzo anno) e un altro giovane di Comiso si trova, sempre a Palermo, al propedeutico. Possono continuare il loro percorso in uno studio teologico d’eccellenza, vivere meglio la dimensione della fraternità ed aprirsi a nuove esperienze. Il seminario non è chiuso. Il seminario di Ragusa rimane ben vivo ma, in questo momento, tutti insieme, abbiamo pensato fosse meglio proseguire per ora così».

Come si sono disposti i sacerdoti nei confronti del loro vescovo?

«Anche dai sacerdoti ho ricevuto una grande accoglienza. Li ho voluti incontrare uno per uno. Per me questo contatto personale è necessario. Voglio capire di ognuno gli slanci, le preoccupazioni, le eventuali sofferenze».

Quali i punti di forza e quali punti deboli della realtà sociale iblea ha colto durante questi primi dodici mesi?

«Ragusa, e l’intero territorio ibleo, hanno grandi potenzialità sul turismo e sulla gestione dei beni culturali. Abbiamo sperimentato, con il Comune di Ragusa, una collaborazione per l’apertura delle chiese ai turisti, una collaborazione proficua che si può estendere anche ad altri settori. L’intero territorio ha grandi potenzialità che vanno messe in risalto. A Ragusa ho trovato una realtà ben tenuta e anche il resto del territorio mi ha confermato l’immagine positiva che si ha di Ragusa. Tra i punti deboli indicherei lo svuotamento del centro storico e la mancanza di spazi e luoghi aggregativi per i giovani. Ammiro nei ragazzi ragusani la volontà a superare le difficoltà che li porta anche a conseguire titoli accademici lontano dalla loro terra. Tanti giovani stanno studiando altrove e alcuni anche all’estero. È una terra laboriosa e io mi auguro che questi giovani possano tornare a Ragusa e restarci ma senza dover accettare condizioni di precarietà».

A quali periferie esistenziali prestare più attenzione?

«Sono rimasto profondamente choccato dalla visita, compiuta insieme alla Caritas diocesana, nella zona delle serre. La situazione di Marina di Acate mi è rimasta impressa nella mente e nel cuore. Ho davanti ai miei occhi le condizioni di non vita di tante famiglie. Condizioni che spesso non vengono riservate neanche agli animali. Sono rimasto colpito dalla storia di una donna che, per andare al lavoro, ha lasciato a casa due bambine e un ragazzo più grandetto che doveva badare alle sue sorelle. Ci ho pregato molto. Come Chiesa, attraverso la Caritas, siamo impegnati nella distribuzione di viveri e medicine e offriamo ascolto e consulenza».

Quale priorità si sente di suggerire alla classe politica e dirigente?
«Una situazione che mi preoccupa è quella di Vittoria, Santa Croce e delle altre zone a forte economia agricola. L’ingresso nei mercati di prodotti provenienti da Tunisia e Marocco ha messo in difficoltà tante aziende a conduzione familiare che sono costrette a chiudere e le famiglie si ritrovano senza un reddito, dopo anni di lavoro e di sacrifici. Ho interessato l’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro della Conferenza episcopale siciliana per capire come si possa agire. Occorrerebbe modificare una disposizione europea e non è semplice».

E alla sua Chiesa quale priorità indica?

«Dedicarsi a un serio e ampio lavoro vocazionale. Il futuro della nostra Chiesa lo determiniamo oggi. Elaboriamo, quindi, una pastorale dei giovani o perdiamo il futuro della Chiesa».

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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