Cultura

Pubblicato il 23 Dicembre 2016 | di Carmelo La Porta

Natale è “Il giorno della vita” La grande gioia ci inonderà

Il Natale è il periodo più fascinoso dell’anno, così come la nascita è il periodo più fascinoso della vita: c’è un intreccio mirabile tra umanità e divinità nell’evento della nascita del Bambino Figlio divino.

Rino Farruggio, sacerdote musicista cantautore, ci introduce al mistero del Natale con la usa ultima fatica musicale, nella quale sonorità etniche e popolari, intense ed espressive si fondono ai versi dei suoi testi, belli per la raffinata poetica, che narrano il mistero evangelico della nascita del Signore, con l’intelligenza che interroga il sapere teologico e il cuore rapito dalla contemplazione del Bambino, “la grande gioia che tutti inonderà”. Il poema in musica, nato con la direzione artistica di Michele Paulicelli (il Francesco del musical Forza Venite Gente), è interpretato tra gli altri da Wilma Goich, e da Carlotta Proietti, con la collaborazione dell’antropologo della musica Ambrogio Sparagna.

L’aria di festa si respira già nel titolo dell’opera “È il giorno della vita”. Il giorno del “Buon Natale della gente, nelle strade, le piazze, le Chiese nel Paese”, dove si fa festa per “l’atteso Messia” e ciascuno ricorda che “c’è un bimbo che dorme nel cuore d’ogni uomo”. È la festa della vita perché “c’è pace e tornerà l’amore; se nasce ancora vita in questo mondo, sorride il cielo ed anche Dio è contento”. Il Natale è festa senza tempo e senza spazio: “Natale è dove si vive e si spera… dove più luce non c’era… c’era una volta e c’è ancora, Natale è ora”.

La grande sensibilità di Rino Farrugio porta dentro l’atmosfera del Natale anche gli aspetti più umili o drammatici dell’umanità. Come un “canto universale”, Natale è il giorno dei “ragazzi sulla strada” che nel cuore cantano la “canzone della vita”; i bambini di Natale sono anche “quelli che han visto sempre guerra” e come “angeli senz’ali anche in silenzio sanno dire pace in cielo pace in terra”; il Natale è della gente quotidiana che non vorrebbe “mai smarrire i sogni veri, i sogni grandi”; il Natale è dei “vecchi un poco stanchi” che sperano perché “nessuno manchi”; il Natale è di chi non si è mai arreso e guarda al futuro, “gli ultimi arrivati, quelli dal volto triste e scuro, a volte in carcere o ammalati”.

L’incedere dei brani avvolge e coinvolge nella contemplazione dei particolari cosmici e domestici, “quando c’è la neve e il mattino bianco appare… e suoneranno le campane … e sempreverde rimarrà l’abete nelle nostre case … e poi il silenzio parlerà… per un concerto della pace, … e scriveremo anche il futuro… perché, se sogna, l’uomo è un uomo”. Questo sogno è la speranza, virtù teologale e grande anelito dell’umanità, perché “se c’è una nuova umanità, nascosta dentro il nostro cuore, sconfiggeremo le paure, sapremo più volerci bene e cammineremo questa vita… comunque e sempre vita amata”.

Nella sequenza dei brani, la speranza si fa storia nella narrazione dei personaggi evangelici che accompagnano la nascita del Bambino, Re Messia. Un “uomo dal deserto”, forse un profeta o Giovanni, il più grande dei profeti, o semplicemente chiunque attende con fede, “su un alto monte annuncia che oramai la luce attesa nel silenzio di una notte nascerà… sarà cammino via della pace”.

A Giuseppe, “sposo promesso di Maria” è dedicato un inno di lode per celebrare la sua grandezza nella storia della salvezza: “in te, Giuseppe, Dio si nascose, l’ombra del Padre su di te discese. A Dio che parla dai cuore e fede, Tu dai al Vangelo silenzio e voce”. Maria, “nostra Signora del Natale”, con il suo Magnificat gioisce e invita ad unirci al suo canto “la mia vita è tutta un canto davanti al Signore e vibra la mia anima, trabocca anche il mio cuore, si tende il mio spirito in Dio mio Salvatore”. A Lei, Farruggio dedica un’intensa Ave Maria.

L’amore sponsale di Maria e Giuseppe viene celebrato come riattualizzazione del Cantico dei Cantici, dove “l’amore che vibra in petto è sacro e benedetto”. Il disegno di Dio sull’amore umano iniziato nell’antico testamento, trova sublime coronamento nell’amore della famiglia di Nazareth e diventa amore senza tempo, di ogni coppia, “in ogni donna amata” che può dire al suo amato “do ancora a te tutto il mio cuore”. È l’amore sublime “amore immenso e senza confine, amor di rose e anche di spine, sempre fecondo, amore vero. Un figlio nasce da un cuore puro”. A Nazareth come in ogni famiglia del mondo.

Nel poema di Farruggio trova spazio anche Erode che nel canto si trasfigura nei tanti despoti e prepotenti della storia e dell’oggi, in chi “usa il potere che impara da Erode”, in chi “pratica il metodo usato da Erode”, in chi “costringe e governa col braccio di Erode”; e finanche in ciascuno di noi quando “dietro il volto che approva e sorride nascondo la faccia violenta di Erode” o “sto zitto all’ingiuria che l’umile uccide”. La denuncia è forte: “nessuno è innocente se non teme Erode”; “Erode è vivo, è ancora tra noi”.

Ma il male dell’uomo è solo una parentesi. La contemplazione del cielo nell’umiltà del silenzio e nella solitudine della meditazione fanno scoprire la Misericordia eterna di Dio, La Terra è “amata dal Signore che c’è morto sulla croce perdonando chi lo uccise in un giorno senza luce”. Nel mistero della notte di Natale la cometa non indica solo “un bimbo avvolto in fasce in una mangiatoia” ma prelude già allo splendore del “Risorto che deve soffrire”. L’umanità può solo ringraziare perché “grazie al cielo e alle sue stelle anche al buio ho camminato, sto vivendo la mia vita grazie a chi mi ha perdonato”.

Il congedo dell’opera è il Cantico di Simeone, il canto della speranza trovata e realizzata, del sogno avverato. Il canto può diventare lode: “Le speranze non hai mai deluso, nel mio cuore una luce hai acceso, questa vita non potrà finire, senza ch’io veda il Cristo Signore”.

La profezia si realizza nel “giorno della vita se a nascere a Betlemme sarà un Dio a cui noi diamo un cuore di uomo e l’umanità… se il seme di violenza mai sulla nostra terra cadrà… se il sole di giustizia la nostra terra riscalderà”.

“E allora che sia Natale perché nessuno solo più sia, ma in compagnia Natale sia. È il giorno della vita”.

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Autore

Carmelo La Porta

Direttore dell'Ufficio Diocesano per l'insegnamento della Religione. Ha insegnato religione cattolica presso diversi istituti della città e attualmente presso l'I.I.S. "Galileo Ferraris" di Ragusa. E' docente di Teologia Morale presso la Scuola Teologica di Base della Diocesi di Ragusa e componente del direttivo della stessa scuola.



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