Cultura

Pubblicato il 30 Gennaio 2017 | di Luca Farruggio

Quando i cantanti diventano religione

Nella canzone “Di passaggio”, scritta insieme al filosofo Manlio Sgalambro, Franco Battiato canta: “Cambiano i regni, le stagioni, i presidenti, le religioni, gli urlettini dei cantanti ”. A mio avviso non è un caso che Battiato, esperto conoscitore dell’animo umano, metta i cantanti vicino alle religioni!

E’ innegabile, infatti, che tutte le giovani generazioni sono cresciute con un mito: quello di un cantante o di un gruppo musicale. Non è mia intenzione esprimere un giudizio morale su questo dato, ma è fondamentale capire perché questo fatto sia così palese e inconfutabile.

Ogni giovane sogna il proprio futuro, cerca di cambiare il presente e di dare un senso al passato. Tutto questo processo dinamico viene accompagnato sempre da una colonna sonora. Così, mentre a scuola si studiano Manzoni, Leopardi e Foscolo, i ragazzi e le ragazze hanno miti ben diversi, persone e motivetti che sono più vicini alle proprie esigenze. Ogni artista diventa un simbolo a cui si decide di aderire perché ci si sente più compresi e accompagnati nel proprio cammino.

Ci sono state epoche importantissime, basti ricordare i Beatles e i Rolling Stones, o quella segnata dai grandi cantautori italiani. E anche ora che i prodotti musicali – permettetemi di dirlo – sono più scadenti, ognuno trova conforto, consolazione e il personale infuturarsi nei testi, nei gesti e nelle voci di alcuni cantanti e in ciò che questi rappresentano.

La canzone, dunque, possiede questa magia, ed è innegabile che un giovane si senta di aderire a un mito piuttosto che a un altro. I cantanti toccano corde fondamentali dello spirito e per questo si avvicinano al sacro. Non a caso la domanda che si fa per capire l’essenza di una persona è: “Tu che musica ascolti?”.

Personalmente, anche io ho attraversato questa fase. E non a caso ho iniziato l’articolo parlando di Battiato. Ma, mentre certi cantanti – uno su tutti Fabrizio De André – possono invitare a riflessioni, ad approfondimenti sublimi e ad aprire porte e finestre culturali degne di nota, altri sembrano molto appiattiti e relegati alla dimensione dell’effimero.

Quindi, prendendo atto di un fatto evidente e incontrovertibile, speriamo che la musica, nel suo essere anche mito e “religione”, possa tornare ad aprire orizzonti di senso sempre più ampi e più profondi e a formare generazioni costituite da soggetti pensanti.

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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