Cultura

Pubblicato il 7 Marzo 2017 | di Luca Farruggio

Musica: libertà dello spirito. Intervista a Riccardo Muti

La musica è la più privilegiata fra le arti, poiché è intoccabile, impalpabile, invisibile.

Nel novembre del 2004, insieme ad altri colleghi, ho intervistato il M° Riccardo Muti in occasione della Laurea ad honorem in filosofia conferitagli dall’Università San Raffaele di Milano. Fonte: “Sanare Infirmos”, supplemento di KOS, serie n°230.

L’Università Vita-Salute San Raffaele si prefigge come obiettivo di rispondere al quesito: “Quid est homo?”, intendendo l’uomo come unione di corpo, mente e spirito. Possiamo ritenere che la musica racchiuda in sé il mistero di queste componenti e che a ciascuna di esse sia in grado di comunicare. Cosa ne pensa?

La musica è la più privilegiata fra le arti, poiché è intoccabile, impalpabile, invisibile; in questo senso, si dovrebbe ritenere la musica costituita essenzialmente da spirito, poiché lo spirito ha queste stesse caratteristiche di impalpabilità e invisibilità. Ma che cos’è lo spirito, che cos’è l’anima? Citando Eraclito, definirei l’anima una essenza senza confini. Ed anche la musica è senza confini, quindi essa può corrispondere ad un’emanazione dello spirito, dell’anima. Tuttavia, la musica possiede una intrinseca necessità: ovvero quella di essere governata da una stesura e di seguire canoni e forme ben precise. In questo senso risulta necessaria una mente che organizzi in scrittura lo spirito. Questo però potrebbe rappresentare una contraddizione: se lo spirito è senza confini, come può essere organizzato dalla mente? Si cade in una contradictio in terminis. Nonostante questa contraddizione, la grandezza dei compositori (e l’esempio che forse più si addice al nostro discorso è Bach) consiste nel coordinare e unire in un insieme i tre elementi considerati: corpo, mente e spirito. La fisicità della musica, ad esempio, corrisponde allo strumento musicale che la esprime: pur essendo un elemento fisico emette suoni incorporei. Un pianoforte o un cembalo, per esempio, sono strumenti fisici, ma, una volta toccati da mani esperte, esprimono un’essenza incorporea, che è guidata dalla mente che coordina e conferisce un senso alla successione delle note. In questo senso, si può affermare che la musica corrisponde alla convivenza dei tre elementi: la fisicità, la mente che coordina, e lo spirito, che pur nell’ordine dato, deve esprimere profondità insondabili.

Nel “Fedone” Platone fa dire a Socrate: “Infatti nella mia vita passata mi capitò spesso di sognare il medesimo sogno […] che mi ripeteva sempre la medesima cosa: <<Socrate, componi e pratica musica>> […] Io credevo che il sogno mi volesse incoraggiare a fare quello che facevo, cioè a fare quella musica che già facevo, in quanto la filosofia è la musica più grande”. Può la filosofia essere una vera e propria musica?

Non mi sento di contraddire il pensiero di Socrate; tuttavia, non riesco a comprendere il senso dell’affermazione secondo la quale la filosofia è musica. La musica è sì armonia somma, e in questo senso potrebbe essere correlata alla filosofia intesa come armonia della mente. Ma la filosofia è soprattutto un tentativo di rispondere a domande fondamentali e particolari poste dall’uomo. La musica, invece, non risponde a domande specifiche. Anzi, in qualche modo essa non può essere letta dal punto di vista logico – fatta eccezione per la logica della scrittura – perché quando la musica si estrinseca è, semplicemente, libertà dello spirito. E per essere percepita, deve pur contenere delle leggi di Armonia, che ci rendano spiritualmente galleggianti in quest’Armonia. La filosofia, invece, è ordine della mente ed è, dunque, armonica nel momento in cui dà risposte logiche, che si realizzano in risposte armoniche. In questo senso la musica e la filosofia possono avere dei punti di contatto. In conclusione, a mio avviso, la filosofia è una logica ferrea; mentre la musica, qualora divenisse logica ferrea, perderebbe la propria libertà. Non escludo, con questo, che anche la filosofia possa estrinsecarsi, proprio in virtù della libertà del pensiero.

La musica, in quanto linguaggio universale, ha la capacità di far dialogare popoli differenti. E’ innegabile, tuttavia, il suo potere rivoluzionario. Come giudica questa essenza ambivalente della musica?

La musica non ha in sé poteri rivoluzionari, poiché in tal caso sarebbe contraddittoria. Il suo privilegio, infatti, rispetto alle altre arti, è la sua impalpabilità. Un quadro può esprimere un messaggio rivoluzionario; ma la musica non ha proclami. Quando è utilizzata a fini rivoluzionari, è soggetta ad un uso bieco e strumentale. Si prenda ad esempio il finale della “Nona Sinfonia” di Beethoven, un inno alla fratellanza fra i popoli, impropriamente usato dai nazisti come inno della grandezza della razza ariana. La musica, dunque, può essere utilizzata -ambiguamente – a fini rivoluzionari, ma in sé ha il privilegio di essere al di sopra di ciò che l’uomo definisce in determinate circostanze, il bene e il male. Non esiste una musica rivoluzionaria, se non rispetto alla musica stessa. Un compositore infatti può essere rivoluzionario nel senso che può scrivere delle composizioni il cui sistema armonico-tonale è innovativo rispetto alla musica del passato. Si pensi, ad esempio, alla dodecafonia, che fu una vera e propria rivoluzione rispetto al sistema tonale. La musica non ha quindi messaggi rivoluzionari, e non può averne, in quanto non può essere portatrice di proclami.

 

 

 

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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