Cultura

Pubblicato il 7 Marzo 2017 | di Luca Farruggio

Platone e il Simposio, intervista a Giovanni Reale

Mia intervista al filosofo Giovanni Reale apparsa nel 2007 sulla rivista CHORA (numero 13, anno 5).

Quali sono le innovazioni che Platone ci offre con il “Simposio”?

Sono molte le innovazioni, infatti, Platone lo ha scritto nel momento magico delle sue energie creative. Comincerei col dire che in nessun altro dialogo Platone ha saputo fondere la sua arte poetica con il suo pensiero filosofico. Nel finale egli dice con estrema delicatezza che è proprio dello stesso uomo sapiente il saper scrivere tragedie e commedie. Ma chi è poeta per arte è tale solamente nella dimensione della verità filosofica: e questo poeta-filosofo è proprio lo stesso Platone, come ci dimostra nel dialogo. Poi è innovativa la mediazione sintetica fra elemento dionisiaco ed elemento apollineo. Inoltre, dal punto di vista filosofico, è innovativo lo stratagemma con cui Platone, per la prima volta, presenta in maniera truccata e trasversale le sue “dottrine non scritte” con la maschera del commediografo Aristofane. Egli intende Eros come nostalgia dell’Uno, e il Bene che è l’Uno, è inteso come suprema Misura di tutte le cose, il quale manifestandosi a vari livelli nei rapporti di proporzione, ordine e armonia, attira costantemente a sé. Di conseguenza Eros, come affamato del Bello, di cui ha bisogno per partorire sia nel corpo che nell’anima, si impone come il grande “demone mediatore”. In questo parlare di Platone delle sue “dottrine non scritte” con la maschera di Aristofane, si ha una verifica di un bel concetto espresso per la prima volta da Nietzsche, secondo cui “tutto ciò che è profondo ama la maschera”. Insomma, direi che nel “Simposio” si ha un bellissimo “gioco” di maschere che rappresentano la cultura dell’epoca in tutti i suoi aspetti.

Quindi Platone, nato poeta, non poteva che rimanere poeta anche dopo esser diventato filosofo?

Esattamente! Egli ha dimostrato in vari modi di essere proprio lui il grande poeta del momento, capace di dare una nuova forma sia alla commedia, sia alla tragedia. In Platone si fondono la filosofia che imparò da Socrate e la poesia che ricevette da madre natura. I dialoghi platonici sono, appunto, la commedia e la tragedia attica trasformate in dialoghi dialettici, in cui i tocchi più poetici del comico e del tragico sono posti al servizio della ricerca della Verità. Platone è contro un certo tipo di poesia (per esempio quella di Omero), ma non contro la nuova, educativa e sperimentale poesia inventata da lui stesso.

E in che cosa consiste questo gioco di maschere nel “Simposio”?

Delle otto maschere che vengono introdotte da Platone, quattro – Fedro, Pausania, Erissimaco e Agatone – dicono in prevalenza ciò che Eros non è, oppure ciò che è, ma visto in un’ottica errata e quindi sfocata. Si tenga presente che la comprensione dei giochi drammaturgici che vengono fatti nella rappresentazione di ciò che Eros non è, è essenziale proprio per poter giungere alla comprensione della Verità: la liberazione dagli errori è una “purificazione” necessaria per essere iniziati ai misteri delle cose d’amore. Mentre, alle altre quattro maschere – Aristofane, Socrate, Diotima di Mantinea e Alcibiade – Platone fa dire ciò che Eros veramente è, producendo un complesso gioco di specchi con riflessi incrociati. Io credo che Platone abbia imparato tutto questo dal suo grande maestro Socrate, il quale con la sua ironia produceva sempre un gioco di maschere. Poi stava all’interlocutore scoprire dove si celava la Verità. Per dirla con Eraclito, “la natura ama nascondersi”.

Qual è il messaggio più profondo che viene fatto sull’Eros?

Sono tutti molto significativi per comprendere la Verità. Però il discorso più penetrante e ammaliante è quello di Platone-Socrate-Diotima sulla scala di Eros. Il primo gradino della scala di Eros è quello dell’amore per la bellezza dei corpi. Non si tratta, ovviamente, della ricerca del piacere sessuale, ma della ricerca di quell’emozione che produce la bellezza, che sola può stimolare l’anima e spingerla a generare ciò di cui è gravida, già a partire da quella bellezza che si manifesta nel corpo e col corpo. E la bellezza che attrae il vero amante è la forma della bellezza che è nel corpo, ossia il tralucere metafisico dell’intelligibile nel sensibile. Il secondo gradino è quello dell’amore per la bellezza che è nella anime. Infatti, per Socrate e Platone, l’uomo è la sua anima. Questa è vera bellezza. “Conosci te stesso” vuol dire conosci la tua anima. Questo compare in molti testi platonici come nel “Fedone” e nel “Carmide”. Il terzo gradino è quello dell’amore per la bellezza che è nelle varie attività umane e nelle leggi. Infatti, il bello che è nelle attività umane, è fonte di virtù. Il bello delle leggi, invece, è quello connesso a quella virtù che Diotima definisce come quella di gran lunga più grande e più bella, ossia quella che riguarda l’ordinamento delle città e delle case private, e che si chiama temperanza e giustizia. Poi segue il gradino dell’amore per le conoscenze e delle scienze. Perché le scienze rivelano l’ordine, il definito e la giusta misura, dischiudendo l’orizzonte del Bene e del Bello, come struttura di base di tutta la realtà. Infine, al vertice, troviamo l’amore per il Bello-Bene in sé. Il Bene come Uno, facendosi vedere come Bello nei rapporti di proporzione, ordine e armonia, ci attira mediante Eros, che nella visione e contemplazione di esso trova la sua pace e la fine del suo viaggio.

Ha detto che nel “Simposio” c’è una mediazione sintetica tra l’elemento dionisiaco e quello apollineo. In che cosa consiste questa mediazione?

In apparenza la potenza di Dioniso ha il predominio nel “Simposio”. In primo luogo, proprio all’inizio si colloca la rappresentazione della tragedia di Agatone con la sua vittoria in una festa sacra a Dioniso. Prima dell’inizio della discussione su Eros, i convitati fanno le libagioni e in coro innalzano canti in onore di Dioniso. Poi, nel mito della nascita di Eros, la dea Penia riesce a congiungersi con il dio Poros perché questo era ubriaco di nettare. Ma la contropotenza di Dioniso non predomina nel “Simposio”, perché trova di fronte a sé la potenza invincibile di Apollo. Infatti, il dio della filosofia è Apollo, e l’Eros viene presentato come filosofo per eccellenza. Poi, la festa in onore della poesia si capovolge come festa della filosofia, quindi è evidente che il predominio di Dioniso è solo apparente. Apollo, che comanda l’ordine e la quiete, divide la sua vittoria con Dioniso, ma con una precisa posizione di vantaggio. Infatti, alla fine del dialogo, quando rimangono in tre (il poeta comico, il poeta tragico e il filosofo), Socrate costringe i due poeti ad ammettere che il vero poeta è ad un tempo comico e tragico. Questo significa che il vero poeta è il filosofo, e che la vera arte è quella del vero che, appunto, ingloba sia il tragico che il comico esprimendoli in modo adeguato.

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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