Approfondimenti

Pubblicato il 7 Dicembre 2016 | di Luca Farruggio

Il falso dualismo platonico e la spada cristiana

Spesso, quando gli storici della filosofia greca parlano di dualismo, ricorrono subito al pensiero di Platone. Certamente, nel più grande filosofo di tutti i tempi (non a caso Alfred North Whitehead ha detto che “la storia della filosofia è solo un grande commento a Platone”), ci sono forti richiami alla contrapposizione tra mondo materiale e mondo metafisico, tra corpo e anima, tra opinione e verità.

Tuttavia, se si legge attentamente Platone, si può vedere come egli non ha mai voluto operare una netta distinzione tra questi due “mondi”, ma ha voluto indagare nello specifico tali realtà in quello che concettualmente potremmo definire “una distinzione nella relazione”.

Nel Mito della caverna (paradigma della filosofia platonica), gli schiavi incatenati comunque vedono, sentono e comprendono di essere animati. Questi, infatti, sono collegati ontologicamente al Sole, alla Luce, alla Verità, anche prima di ogni “educazione” e di ogni comprensione. Il gioco platonico si regge su questa μέθεξις (unione-partecipazione), non c’è alcun netto dualismo! Gli estremi, il Sole (il Bene in sé) e il fondo della caverna (la condizione umana di gettatezza nel mondo), si tengono sempre in relazione. Anche nel Fedro, pure se l’uomo risale all’Iperuranio (il mondo delle idee), poi deve scendere nel mondo! Questo è il realismo platonico: noi viviamo sulla terra, non in una Gerusalemme Celeste.

Più complesso è il discorso nel cristianesimo. In effetti, la Croce di Cristo non è solo una linea verticale che ci conduce al cielo, ma è anche una linea orizzontale che avvolge e ama tutto il mondo, anche il più fragile filo d’erba.

Tuttavia non bisogna dimenticare l’essenza apocalittica della religione cristiana. Se la piena Gloria in questo mondo è inconcepibile, se la terra è destinata alla dissoluzione, quale unione si può pensare tra spirito e materia? “Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra; non sono venuto a portare la pace, ma la spada. Sono venuto a separare l’uomo da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora da sua suocera-, sì, nemici dell’uomo saranno quelli di casa sua. Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me […] Chi non prende la sua croce dietro a me, non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà” (Mt 10,34-39). Ecco che la Croce di Cristo, nel tentativo di unire, in realtà è spada che separa! In questa vita è separazione dalle cose del mondo attraverso l’ascesi e, nel Regno, è separazione intesa come eterna vicinanza ed eterna distanza dalla Luce del Padre, come testimonia l’abisso che c’è tra il ricco e Lazzaro (cfr. Lc 16, 19-31)

Però, ecco che il cristianesimo è sempre paradossale, Cristo non annuncia solo l’immortalità dell’anima (già concepita dai greci), ma soprattutto la resurrezioni dei corpi. Questo perché il corpo non è solo il luogo delle tenebre e delle passioni, ma esprime tutta la nostra umanità. L’apostolo delle genti afferma: “Se Cristo non fosse risorto la nostra predicazione sarebbe senza fondamento e vana la vostra fede” (1Cor 15,14). Certamente si tratterà di un corpo spirituale in una dimensione del tutto divina, ma che tuttavia esprime sempre la volontà di salvare l’uomo nella sua interezza.

Quindi, anche se la spada del Vangelo tende a separare il materiale dallo spirituale, la Croce diventa il simbolo concreto dell’amore divino: amore che si sforza di abbracciare eternamente tutto e tutti e che cerca di liberare il cosmo dalle catene delle tenebre. Sforzo che raggiunge il suo obiettivo? Non importa! Lo stesso Platone aveva capito benissimo che non esiste libertà se non nell’atto del liberare. Ma il sangue di Socrate non è il sangue di Dio! E il gallo sacrificato ad Asclepio non è quello che canta nella notte in cui Cristo, dopo la grande umiliazione, scende agli inferi e con l’anàstasis vince e calpesta eternamente la Morte.

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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