Società

Pubblicato il 20 Marzo 2017 | di Redazione

Talmente social da diventare asociali: il paradosso tecnologico

Probabilmente quest’estate non avremo tutti catturato Pikachu ma –volenti o nolenti- siamo stati investiti dallo tsunami Pokemon Go. Questo è solo uno degli esempi di come la tecnologia, nella sua inarrestabile evoluzione, ci stia lentamente cambiando.

Degli effetti negativi di questo mondo ha parlato il dott. Santi Benincasa, psicoterapeuta e componente dell’Ufficio Pastorale della Salute presieduto da Don Giorgio Occhipinti, all’incontro “Internet, Social network & Smartphone. Dipendenze e personalità; problematiche e prospettive” tenutosi mercoledì 15 presso l’Auditorium del Centro Pastorale della Chiesa del Preziosissimo Sangue di Ragusa.

La dipendenza tecnologica inizia nel più banale dei modi: possedendo uno strumento di collegamento con il mondo web. Che sia uno smartphone, un tablet, un pc che fa pure il caffè, per la precisione del caso sarà semplicemente definito device.

Non ci accontentiamo più di qualche sms, di una chiamata dolce, di uno squillo rassicurante (nella speranza che nessuno, leggendo quest’ultima parte, si sia chiesto cosa sia uno squillo). Adesso abbiamo sete di Like, Follower, Tag. Siamo affamati di condivisioni, dirette video, selfie all’ultimo brivido (vale la pena che sia proprio l’ultimo?).

Questo frullato di “bisogni” ci condiziona nel comportamento e lo fa come fa qualsiasi altra dipendenza: portandoci a non essere più padroni della nostra vita.

Ecco nascere un groviglio di Keichu, Hirikomori, Crakberry e IAD vari. E questi, purtroppo, non sono Pokemon da richiudere in una sfera. Queste sono patologie che -silenti- ci stanno invalidando. Sono le catene delle più giovani generazioni, condizioni apparentemente irreversibili, nel limbo in cui conducono.

I primi sintomi che la dipendenza tecnologica comporta riguardano effetti “banali” come l’affaticamento degli occhi, l’insonnia, il torcicollo, l’affaticamento mentale.
Ben presto è probabile si aggiungano anche dolori fisici, legati soprattutto alla parte superiore del corpo, interessando dunque mani, braccia, spalle, schiena e collo.
Ecco la prima etichetta, un hashtag vecchio stampo per intenderci: la sindrome da tensione ripetuta ovvero una serie di scompensi che interessano le parti citate a causa di una postura scorretta perpetrata dall’uso costante dello smartphone.

L’alba del disagio spesso passa in sordina. Ciò che non deve ricevere lo stesso trattamento è la fase acuta del problema, un cambiamento nella socialità vera e propria.
L’abuso della tecnologia diventa dipendenza quando conduce a  rifugiarsi in un universo parallelo, solo minimamente vicino alla realtà. Si sente il bisogno di stare fuori dal mondo, di isolarsi (Sindrome da Hirikomori) e ci si abbandona completamente. Si rifiuta di uscire di casa, si rifiutano i pasti, addirittura si trascura l’igiene personale per poter giocare 10 minuti in più.

Ma dopo un appagamento momentaneo, il risvolto della medaglia non è poi così brillante. Viene meno la comunicazione para verbale, linfa dell’interazione con gli altri.
Si adottano comportamenti regressivi, a scapito della maturazione del cervello, processi altrimenti impossibili in natura. Le strutture sociali vengono sgretolate, mettendo in discussione le regole del buon vivere e gli atteggiamenti educativi impartiti. La perdita di controllo della propria emotività è presto raggiunta. Si assiste ad un calo della fantasia e della creatività, si opera un disinvestimento complessivo verso i propri progetti di vita o i capisaldi dell’essere socialmente nel mondo.

Ci si ritrova schiacciati da overload, sovraccarichi di prodotti multimediali, di informazioni, perdendo il contatto con la realtà. Da qui si sviluppa  terreno fertile per bullismo cibernetico e dipendenze figlie come quella ciber sessuale, quella ciber relazionale, il net gambling, il gioco. Ciascuna di queste comporta la perdita del corrispettivo reale: si perde la consapevolezza del proprio corpo, delle relazioni che ci legano agli altri, della contabilità personale, della coscienza lavorativa e più in generale del senso di responsabilità.

Viene da chiedersi: come, i comportamenti che adottiamo, si trasformano in dipendenza?

La risposta è lineare: il coinvolgimento tecnologico fa leva sulle caratteristiche neurologiche. Gli stimoli visivi che riceviamo dall’uso dei device producono in noi un’eccitazione che porta – a catena – alla produzione di dopamina e ad un senso generale di gratificazione. Il bisogno di sentirsi sempre più appagati ci spinge a cercare stimoli sempre più potenti e di converso alla perdita del controllo, della gestione di questi stimoli. L’influenza generale impatta sui circuiti della cognizione e va lentamente a ridurre le aree corticali deputate alla flessibilità cognitiva, proporzionalmente alla durata della dipendenza.

Da cosa può nascere la dipendenza?

La causa più diffusa riguarda una disarmonia affettiva dovuta all’assenza genitoriale. La compensazione di questa carenza viene trovata su tutto l’apparato tecnologico che infonde sicurezza e controllo sul proprio ambiente sociale. Si calcola che il 12% dei ragazzi tra 16 e 19 anni sia condizionato dalla dipendenza tecnologica. All’interno di questa parentesi, sono in molti quelli che incontrano le persone conosciute in chat e in parte riescono ad avere relazioni con esse. L’esposizione ai nuovi strumenti è sempre più precoce e il loro uso continuo riduce significativamente le capacità di apprendimento oltre ad incrementare le probabilità di tumore al cervello.

Come accorgersi di cosa non va?

Osservare il comportamento è determinante.
Il soggetto dipendente da smartphone o tecnologia di varia natura non prova piacere per le attività reali, si predispone all’isolamento e mostra deficit di attenzione o iperattività.
La dipendenza comporta anche una sindrome da astinenza, riconoscibile dalla paranoia da gioco, dall’aggressività crescente, da fobie e comportamenti depressivi, dall’alternanza disordinata dei cicli di sonno e di veglia.

Quali soluzioni?

Il mestiere del genitore, si sa, è il più difficile al mondo. Trattare certe patologie diventa complesso e particolarmente delicato. La soluzione più immediata parrebbe il divieto ma in realtà non porta alcun giovamento. Il controllo ostinato mette in crisi il rapporto di fiducia con i figli. Intimorire o trasmettere ansie per i pericoli genera insicurezza sul soggetto.
Preferibile è invece promuovere l’uso congiunto e bilanciato di vecchi e nuovi strumenti di comunicazione, limitando il tempo da dedicarvi (si consigliano 3 ore al giorno) ed è fondamentale istruire nella gestione della propria personalità sul web, al fine di evitare sgradevoli adescamenti.

Se da un lato, quindi, la tecnologia ci ha risparmiato tempo e pazienza e ci ha aperto all’intero mondo, dall’altro rischia di rinchiuderci nella sua rete, privandoci della bellezza della natura e dello stare in mezzo alla gente.

Citando le parole di J-Ax e Fedez ascoltate a conclusione dell’incontro: “Tutto questo sbattimento per far foto al tramonto, che poi sullo schermo piatto non vedi quanto è profondo”.
Chiediamoci se siamo davvero disposti a perdere tutto il bello della vita.

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Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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