Approfondimenti

Pubblicato il 22 Aprile 2017 | di Luca Farruggio

L’icona e il pittore come filosofo-teologo

Il teologo russo Evdokimov, nel sottolineare il carattere trascendentale che l’immagine iconica produce nello spirito dell’uomo, parla di tre elementi fondamentali: il rifiuto del naturalismo, l’uso del disegno geometrico e la prospettiva inversa.

Il rifiuto del naturalismo: nell’icona, ad apparire, non è la dimensione terrena e fisica dei paesaggi, dei volti o dei gesti, ma è una dimensione “altra”. Grandi pittori rinascimentali come Raffaello o Leonardo, esaltano sempre la pura bellezza naturalistica di un paesaggio, di un volto o di un’architettura, ma in loro non è presente la volontà pittorica di voler rappresentare una dimensione “totalmente altra”. Nell’icona, invece, avviene la “snaturalizzazione” dei temi visivi che si offrono alla contemplazione prettamente fisica.

L’uso del disegno geometrico: il sistema di tutta la raffigurazione iconica si basa su note forme geometriche. Runge, pittore romantico tedesco, formula e descrive in questa maniera la geometria simbolica: il cerchio è il centro del mondo, il triangolo è il simbolo cristologico per eccellenza, l’asse è l’equivalente dell’asse del mondo e, infine, la sfera rappresenta la volta celeste.

La prospettiva inversa: è una caratteristica volutamente attribuita alle icone proprio per caratterizzarle e per distinguerle dalle immagini “profane”. Così, non appare profondità all’interno della figura, lo spazio è ridotto e le linee di forza sono invertite nel dirigersi verso lo spettatore.

Il pittore di icone (iconografo), quindi, mira a rendere visibile l’invisibile e a comunicare l’indicibile in una particolare simbologia comprensibile – per quanto possibile – all’essere umano. La sua mano creatrice, in realtà, non fa altro che eliminare il superfluo, perché la sua creazione è una contemplazione che nasce dall’illuminazione interiore della preghiera. Dunque, tutto si realizza come in una forma di rivelazione che partecipa al “totalmente altro”. La sua “missione” è quella di cogliere l’istante che fa entrare l’uomo nel “tempo eterno”, immettendolo in una dimensione che trasfigura continuamente la realtà.

Perciò, è lo stesso pittore a divenire anche filosofo-teologo, perché toglie il velo della materia in una sorta di irradiamento che giunge alla luce divina. Tutto ciò, anche se non avviene attraverso dei ragionamenti, instaura una relazione fra arte, teologia e filosofia, perché l’oggetto della “meditazione” è il medesimo: l’Assoluto, la Totalità, Dio. Questo dialogo mistico diventa proprio la rappresentazione del difficile cammino spirituale dell’uomo che, per quanto legato alle cose terrene, tende continuamente al raggiungimento della pace e alla ricerca disperata dell’Infinito.

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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