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Pubblicato il 1 Luglio 2017 | di Andrea G.G. Parasiliti

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Brucia la pineta di Chiaramonte Gulfi e un omicidio, in confronto, è una barzelletta

Chiaramonte Gulfi. Dalla città dell’olio alla città olocausta. A bruciare non sono gli alberi. Il rogo è  un tragico barbecue dove a diventar cenere non è il porco tanto amato dai Chiaramontani e dai cristiani per bene, dimenticato sulla griglia per la sagra della salsiccia, ma la Bellezza e la Memoria.

Sentite bene, non c’entra niente certa retorica ambientalista populista delle anime belle degli agnellini biberonati in campagna elettorale e poi, speriamo noi carnivori difensori dei nostri piatti attaccati dall’homo neo herbivourus, sgozzati e magnati alla festa della vittoria, annaffiati con otri omeriche di nero d’avola, ovviamente.

Poveri alberi “un ca….”, direbbe Giuliano Ferrara. Poveri noi, piuttosto. Tommaso Montanari, lo storico dell’arte più famoso d’Italia, ha parlato chiaro in quel suo libro “Le Pietre e il Popolo”. Leggetelo: Le pietre non sono pietre, come gli alberi non sono alberi e l’arte non è arte. Ma sono il Luogo della Memoria e della formazione e dell’identità di un popolo. E non dall’altro ieri. Oggi abbiamo sì il “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, ma è dal 1939, dai tempi del ministro fascista Giuseppe Bottai, che in questo paese i beni paesaggistici sono tutelati come le opere d’arte, in quanto “bellezze naturali”.

A Chiaramonte, direbbe Lucio Dalla, hanno ammazzato il mare. Il mare, sì. Cos’era la pineta se non un groviglio di verdi, immensi, cavalloni profumati attorno a Chiaramonte, paese incagliato sui monti come una nave?

La distruzione della pineta è una Sintesi tragica di teatro futurista. Sintesi perché è tragedia dove i primi attori uccisi contemporaneamente, nello stesso Atto e in tutta la loro maestà, sono la Bellezza e la Memoria.

Non c’è “un ca….” a Chiaramonte Gulfi, dicono spesso i giovani. Ed è vero. Ma cosa volete che ci sia nell’epoca della globalizzazione delle passioni tristi e della vita liquida, direbbe Bauman, nonché dello spopolamento dei piccoli borghi che migrano sul web, ripopolati, meno male, dai figli dei nostri antichi padri-dominatori che fra le rose di Gulfi, più di mille anni fa, rispettavano il Ramadan. E che resero la Sicilia giardino da granaio che fu e, invece del fuoco, portarono l’acqua.

Ma c’era la pineta. Degna di essere nominata accanto al Sole, la Vita, l’Amore, in quel “Meraviglioso” tutto singhiozzi e stupore di Domenico Modugno, col quale mi addormentava, al pomeriggio, mia zia, Salvina Rabito, l’attrice. Un omicidio in confronto è una barzelletta. E non bastano le lacrime mie, dei miei amici, dei vecchi, delle donne, dei bambini e di tutti i vivi a spegnere il fuoco dei Monti Iblei, divenuti d’un tratto un vulcano che dopo aver accarezzato il Cimitero, ha bussato alle porte di casa.

Ma di bellezza e memoria era fatto anche il lavoro, a Chiaramonte Gulfi dove, tanto per capirci, c’erano persone come mio nonno Sebastiano D’Amanti, un signore così Signore da andarsene in campagna, una volta in pensione, con la giacca e la cravatta, per non dire del cappello di Borsalino, perché i fiori, l’orto e la vigna erano le sue amanti.

Un giorno lo vidi piangere a pranzo, non so se come un pazzo o se come un bambino, poiché non aveva, quell’estate, abbastanza acqua per annaffiare la vigna e tutto stava morendo. Quella volta, finalmente, capii a tavola, nei bicchieri straripanti delle sue lacrime, quella poesia di Cesare Pavese…appunto, la Vigna.

Come adesso, attraverso le parole e lo sguardo del mio amico Salvatore Cascone, “U Presirente” come lo chiamiamo noi amici (in quanto presidente della squadra di Basket di Chiaramonte), il mio amico cow boy come lo chiamo io in quanto “vaccaro”, che ha perso l’azienda e i vitellini più giovani che non sono riusciti a scappare, ma che ci aveva presentati l’altro giorno, più contento di un padre, non appena nati… È protagonista Salvatore di un colossal, di una immensa tragedia texana, tutta fieno e bestiame in fiamme. Qualcosa a metà fra il “Gigante” di James Dean e “Vento Caldo” di Troy Donahue.

Ma la memoria non è solo collettiva. È soprattutto personale e familiare, nel post moderno. Nei rifugi della Pineta, mio padre, a me bambino, mi ci portava per farmi mangiare il panino con la cotoletta, a me che non volevo ingurgitare nulla, neanche il latte che chiamavo veleno, di fronte alle caprette tibetane e alla loro cacchina non più grande di una pigna ancora embrionale, attaccata all’albero-mamma. In Pineta risalgono, tanto per dire, le prime foto dei miei genitori fidanzati. Come ancora fino a ieri, sebbene i tempi fossero ormai cambiati (ma la bellezza è fatta di leggi eterne, di sezioni auree), ero solito portarci le mie fidanzatine che periodicamente cambiano il corpo e il viso e il nome. L’ultima, la bellissima Babby, la brasiliana londinese che, bontà sua, sta ancora con me, ci venne appena in tempo. Giusto giusto due settimane fa, il giorno prima di presentarla, tutta un cappello e un pantalone bianco da americana in vacanza, casualmente a Ragusa a Sebastiano D’Angelo, il più americano dei chiaramontani.

Babby, la divina Babby, che ora racconta in portoghese, a sua mamma, piangendo: ”Mãe, está tudo destruido aqui! Muitos lugares maravilhosos que saimos para andar com nossos familiares e amigos não existe mais”.

Quella sera, la portai a prendere il gelato in piazza con Alessandro Stamilla e Giovanni Stracquadaini. E il presidente non c’era perché l’indomattina, prima dell’alba, doveva andare dalle mucche.

Si piange come Cristina Campo, la più brava e delicata fra le scrittrici del ‘900, di quando i Bombardamenti della II Guerra Mondiale distrussero un ponte di Firenze. Racconta Piero Citati “il suo cuore non avrebbe mai saputo abbandonare Firenze. Non poteva rinunciare a una sola pietra della città. La mattina del 4 agosto 1944, dopo le grandi esplosioni della notte, che avevano distrutto le case e i ponti sull’Arno, una ragazza esile e bruna sui vent’anni aprì la porta di casa, e domandò se era stato distrutto anche il Ponte a Santa Trinita. Le dissero di sì. Allora la ragazza chiuse gli occhi, per trattenere la commozione: ma presto li riaprì tra lacrime e singhiozzi. Le donne, che col permesso della ronda tedesca erano uscite a prendere l’acqua, le passavano accanto chiedendole cosa avesse: se, a causa delle esplosioni notturne, un suo parente o un suo amico era morto o ferito. La ragazza scosse la testa: rispose soltanto che il Ponte a Santa Trinita era stato distrutto e lei non l’avrebbe mai più visto”.

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Autore

Andrea G.G. Parasiliti

(Ragusa, 1988). Laureato in Filologia Moderna all'Università Cattolica di Milano è dottorando di ricerca all’Università degli Studi di Catania. Collaboratore del Centro di Ricerca Europeo Libro Editoria Biblioteca della Cattolica di Milano (CRELEB) è autore di "Dalla parte del lettore: Diceria dell'untore fra esegesi e ebook", Baglieri 2012; "La Totalità della Parola: origini e prospettive culturali del libro digitale", Baglieri 2014; Ha tradotto per il CRELEB le "Nuove Osservazioni sulle Attività Scrittorie del Vicino Oriente Antico" di Scott B. Noegel (Milano, 2014). Ha pubblicato un racconto dal titolo "Odisseo", all'interno della silloge su letteratura e disabilità "La mia storia ti appartiene" Edizioni progetto cultura (Roma 2014). Giornalista pubblicista, collabora con Torquemada (Milano), Emergenze (Perugia), Operaincerta (Modica), e con "Insieme" dal gennaio del 2010.



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