Cultura

Pubblicato il 21 Ottobre 2017 | di Luca Farruggio

Una preziosa “Introduzione a Sgalambro” scritta dal filosofo Antonio Carulli

Chi legge le opere di Manlio Sgalambro, anche se possiede gli attrezzi della filosofia, può ritrovarsi a non comprendere bene le parole e i concetti del filosofo di Lentini. Non solo per lo stile forte, contorto e provocatorio, ma anche perché le soluzioni del “sistema” di Sgalambro si trovano spesso su vie mai percorse dal pensiero occidentale e su strade solitarie. Per questo motivo, studi sul pensiero del filosofo siciliano sono molto preziosi e soprattutto necessari.

La “Introduzione a Sgalambro” (pubblicata da poco dalla casa editrice “Il Melangolo”) scritta dal barese Antonio Carulli (classe 1983), è uno studio attento e minuzioso. Nessuna apologia, nessun sentimento di appartenenza o di distacco; è un lavoro certosino che sicuramente fa uso del metodo filosofico messo in atto proprio dal lentinese. Potremmo dire, con un gioco di parole, che questo libro ci offre “Sgalambro secondo Sgalambro”. Attraverso questo metodo Carulli ci tiene aggrappati alla realtà e agli sviluppi dell’universo sgalambriano.

Piercarlo Necchi ha scritto che questo libro si offre “nella forma apparentemente piana di una biografia intellettuale”. Ed è proprio così, perché in queste pagine non si può disgiungere la vita dal pensiero di Sgalambro. Una ricerca che non sdoppia l’esistenza, ma ne coglie tutto il pathos inquieto, tragico e drammatico.

Nei “ringraziamenti” Carulli scrive che, al momento, questa è la più completa introduzione al pensatore siciliano. E questo è vero! Infatti il libro parte da molto lontano. Il pensiero – anche se parla del nulla – non nasce dal nulla! Perciò sono molto significative le pagine in cui Carulli ci mostra gli autori che in gioventù hanno influenzato il pensiero di Sgalambro. Da queste fondamenta, in un itinerario filosofico impervio e per niente facile, vengono analizzati tutti gli scritti filosofici sgalambriani (i più importanti sicuramente sono La morte del sole e il Trattato dell’empietà). Viene esaminata pure l’attività giornalistica di Sgalambro, il ruolo fugace di Direttore editoriale e, naturalmente, anche la collaborazione con Franco Battiato. Carulli, in questo excursus prezioso e unico, non manca di inserire la sua voce. Una voce che per lo più tende a chiarire, ma talvolta si mostra polemica su alcune scelte (di vita o di pensiero) del siciliano. Ma lo fa soprattutto per restituire Sgalambro a Sgalambro (ovvero il filosofo al filosofo).

Insomma, il libro è molto intenso, serio e oserei dire “perfetto”. Ma come ogni cosa perfetta, il testo mostra una sua piccolissima crepa. Infatti, in alcune pagine emerge una critica a un certo “giro” intorno a Sgalambro. Ma nella critica Carulli cade nell’errore di coloro che intende criticare: cioè nel voler dimostrare chi è stato più vicino a Manlio Sgalambro (uomo, pensatore, scrittore, poeta e paroliere). Forse lo fa a onor del Vero, ma la critica sembra essere umana troppo umana! Pertanto, visto che in un libro così importante c’è questa “accusa”, ci tengo a sottolineare la mia lontananza da questo anonimo “ipotetico giro”, perché l’unica volta che ho parlato del mio rapporto con Sgalambro l’ho fatto secondo verità e passione in questo articolo (link)

Buona lettura!

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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