Società

Pubblicato il 21 novembre 2017 | di Vincenzo La Monica

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Una zona franca dei diritti umani. Il lavoro in nero rimane la regola

La cosiddetta legge sul caporalato vuole contrastare fenomeni come il lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro in agricoltura e il riallineamento retributivo nel settore agricolo.

Compie un anno la cosiddetta legge sul caporalato, un provvedimento che in realtà si proponeva di intervenire con misure di contrasto su fenomeni più complessi quali il lavoro nero, lo sfruttamento del lavoro in agricoltura e il riallineamento retributivo nel settore agricolo. La legge è nata dalla necessità di intervenire  in generale su tutte le forme di sfruttamento lavorativo e in particolare su un settore tipicamente soggetto agli abusi, come quello agricolo. Tra i provvedimenti il legislatore ha previsto un inasprimento delle pene, la responsabilità del datore di lavoro, il controllo giudiziario sull’azienda che consente di non interrompere l’attività agricola e la semplificazione degli indici di sfruttamento. Sono state inserite, inoltre, disposizioni sulla Rete del lavoro agricolo di qualità e, per la prima volta, si è estesa la sanzione penale anche al datore di lavoro che utilizza, assume o impiega manodopera sottoponendo i lavoratori a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno.

Quali sono stati gli effetti della legge sul nostro territorio? Le nuove disposizioni hanno consentito nell’ultimo anno diverse operazioni di polizia che hanno visto l’arresto di una decina di imprenditori, la denuncia di svariati altri e la scoperta di centinaia di lavoratori sfruttati. Tra questi ha destato particolare scalpore l’utilizzo come lavoratori senza contratto di numerosi richiedenti asilo ospiti di centri di accoglienza del territorio, che venivano retribuiti con pochi euro al giorno e che non conoscevano nemmeno il significato della parola ferie, come riportato dalle fonti di stampa.

A fronte di questi riscontri non sono sembrate, quindi, per nulla eccessive le denunce che negli anni scorsi sono giunte, tra gli altri, anche dalla nostra Caritas che opera sul territorio di Marina di Acate attraverso il progetto Presidio.

Gli operatori continuano a monitorare la situazione lavorativa delle persone che si rivolgono al presidio Caritas per assistenza legale o sanitaria. E i dati continuano a non essere confortanti. Considerando solo il 2017, quindi un anno in cui era pienamente operativa la nuova legge, i lavoratori censiti sono stati oltre 300 e di questi circa il 60 per cento ha dichiarato di lavorare totalmente in nero. Si tratta soprattutto di lavoratori rumeni e albanesi, ma il fenomeno riguarda in parte anche il bracciantato maghrebino e italiano. Se a questo si aggiunge anche il fenomeno del lavoro cosiddetto grigio, cioè con la presenza di un contratto di lavoro ma senza il rispetto dell’orario, della paga sindacale e delle giornate reali di impiego, si giunge praticamente alla totalità dei lavoratori.

A consuntivo si può considerare che gli effetti della nuova legge hanno determinato una maggiore presenza dello Stato che possiede adesso un efficace strumento di deterrenza, ma l’applicazione della nuova legge risulta ancora insufficiente rispetto all’ampiezza del fenomeno che, lo ricordiamo, va a penalizzare innanzitutto i produttori onesti che operano nel rispetto delle regole e che si vedono contrastare sul mercato da chi opera una concorrenza sleale, sfruttando altri esseri umani e continuando a presentare il nostro territorio come una zona franca dai diritti umani.

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