Vita Cristiana

Pubblicato il 29 Marzo 2018 | di Orazio Rizzo

La Settimana Santa a Vittoria: fede, tradizione, folklore

Inizia oggi il Triduo pasquale e con esso i tanti riti legati alla tradizione, alla cultura popolare che raccontano la fede di un popolo, della sua gente, della vita di una comunità. Riti antichi, spesso immutati, impregnati di sacralità, che si tramandano da secoli ma ancora capaci di parlare al cuore della gente.

Anche Vittoria, seppur il più giovane tra i comuni delle dodici terre, conserva e mantiene delle tradizioni religiose molto belle e suggestive e che trovano il loro culmine più alto nella celebrazione del Venerdì Santo e nelle “Parti” .

Abbiamo voluto approfondire questo percorso, intraprendendo un viaggio nel tempo e nella storia, facendoci accompagnare da un esperto in materia, il responsabile dell’Archivio storico ipparino, Luciano D’amico, autore di un bel testo, scritto a più mani,  edito qualche anno fa dalla Basilica di San Giovanni Battista, sui riti della Settimana Santa a Vittoria.

Dott. D’Amico, si dice che Vittoria non abbia tradizioni religiose forti e significative soprattutto legate alla settimana santa. Sarà proprio vero?

I luoghi comuni spesso diventano leggende metropolitane. Non è proprio vero che Vittoria non si sia mai espressa in termini di tradizione religiosa, anzi le stesse risalgono a pochi decenni dopo la fondazione della città. Già nel 1644, il Parroco Don Vincenzo Sesti, invitò una missione di P. Gesuiti, capitanata dal Ven. P. Luigi La Nuza, detto l’Apostolo della Sicilia a predicare a Vittoria. A lui dobbiamo la nascita di varie congregazioni: quella della Madonna del Rosario e del S.S Crocifisso in particolare ed ancora l’istituzione del teatro, della rappresentazione, molto noto e caro alle missioni gesuitiche, che probabilmente ispirò il nostro dramma sacro.

Quando iniziavano le celebrazioni della settimana santa e con quali riti.

I riti della settimana santa a Vittoria, iniziavano già la Domenica delle Palme anche se non rimangono fonti storiche certe ma solo memorie. Successivamente il mercoledì santo con la processione detta “de Sciaccari” della quale non rimane purtroppo traccia. I Sciaccari, uomini incappucciati, giravano il paese con torce in mano e rappresentavano i Giudei alla ricerca di Gesù’ nell’ orto. Il Giovedi, (ancor prima il mercoledì) invece, era il giorno del “Cristo à culonna” processione con il fercolo di Gesù legato ad una colonna, statua antica che proveniva dalla diruta chiesa di S.Vito. Esisteva persino una Congregazione del Cristo alla colonna composta prevalentemente da  artigiani.  La processione fu poi proibita del Vescovo Rizzo per motivi liturgici e pastorali.

Un discorso a parte merita il Venerdi Santo, parlaci di questa giornata, perché è “speciale” per i Vittoriesi?

I riti del Venerdi Santo, nella forma che conosciamo oggi, si svilupparono sotto il grande impulso dei Gesuiti ed è anche grazie a loro che ci sono arrivati in modo cosi suggestivo ed emozionante. La giornata è interamente dedicata alla fede e alla tradizione con ben due processioni ma che si snodano in più tempi: quella della mattina e l’altra la sera con in mezzo le “Parti”. Già dalla mattina si “veste” e si prepara il fercolo dell’Addolorata, ufficio antico pregno di ritualità e gestualità, svolto dalla Congregazione del SS. Crocifisso che ha cura di tramandare e custodire questi riti. A seguire la processione del “cataletto”, un’urna neoclassica del 1834, contenente la statua di pregevole fattura del Cristo morto con dietro il fercolo della Madonna – entrambe risalenti al 1700 –  e che si snoda lungo le vie del centro storico per poi imboccare via dei Mille e raggiungere il Calvario, un tempietto neoclassico del 1857 che sostituì’ il più antico del 1644. La sera, poi le Parti e la processione di ritorno, suggestiva, ricca di pathos, silenziosa, oserei dire più intima.

Tutto si concludeva, quindi, con i riti del Venerdì Santo o esistevano altre celebrazioni legate al giorno di Pasqua, come in altre città della provincia.

Certamente. Non possiamo non ricordare a “caruta da Taledda” telo del 1861 del nostro concittadino Giuseppe Mazzone, il sabato santo a mezzogiorno: tanti gli aneddoti e le storie e persino un miracolo attribuito al rito. Esisteva una rappresentazione della Resurrezione che si faceva la domenica di Pasqua – detta “de setti pateddi”– di cui si perse ogni traccia a fine ottocento; solo nel 2008 è stata recuperata e che oggi conosciamo meglio come “Resurrectio”. E’ stato recuperato anche il testo antico e viene rappresentato, come in antichità, il giorno di Pasqua. Come a dire il normale e logico completamento di un percorso, soprattutto di fede.

Ci racconti il “dietro le quinte” della festa: ciò che non si vede ma che rappresenta una specificità e una eccellenza.

Tante sono state le migliorie apportate alla festa negli ultimi decenni: il restauro della Taledda, delle statue dell’Addolorata e del manto della statua, del Cristo grazie anche all’impegno della Congregazione dei “Crucifissari”. Poco ad esempio si conosce del ricco ed interessante repertorio della “marce funebri” che tutti ascoltiamo durante la processione, del nostro corpo bandistico che ha una storia importante. Opere di pregio musicale alcune delle quali composte ah hoc per la banda di Vittoria da importanti compositori e maestri del calibro di Barbera, Zappalà e soprattutto del maestro Mario Maci. La banda negli anni è stata sostituita con altri corpi di altri città, per via di un adagiamento stilistico e di resa esecutiva, scelta difficile ma necessaria allora. Tuttavia, negli ultimi anni, la nostra banda sta vivendo una “nuova primavera” grazie ad una nuova gestione, fresca e dinamica, fucina di giovani musicisti: recupero filologico di opere antiche con i relativi testi, assiduità, impegno, costanza e professionalità, garanzie tutte che dovrebbe far rivedere alcune scelte, oramai superate.

Le “Parti”, il Dramma sacro, una rappresentazione antica della passione. Rappresenta ancora oggi un “valore” nell’ era del digitale?

Il Dramma sacro è valido sempre, in ogni tempo e per ogni generazione. Per quello che rappresenta dal punto di vista storico ma soprattutto per ciò che racconta. Rivalutato negli ultimi decenni, è stato fatto un enorme sforzo di recupero filologico ad opera del regista Gianni Battaglia che ha recuperato il testo originale che era stato emendato – nei secoli – con aggiunte di Jacopone da Todi ed altri, rendendolo troppo ampolloso e poco comprensibile. Lo sforzo è stato quello di riadattarlo ai tempi, pur senza svilirne il contenuto. E’ stato aggiunto un prologo ed un epilogo per renderlo più fluido e comprensibile, lasciando il corpo centrale nella versione originale del Ricca. E’ stato “completato” attingendo da altri testi, in primis i Vangeli e dalle liriche di Emanuele Giudice, nostro illustre concittadino.

(contributo fotografico: Danilo Avola)

 

 

 


Autore

Orazio Rizzo



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