Società

Pubblicato il 1 ottobre 2018 | di Mario Tamburino

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Di nuovo tra i banchi di scuola, un incontro di storie e di saperi

Nell’inizio c’è molto, forse tutto.

I segni c’erano tutti sin dal giorno prima. Lo scroscio improvviso della pioggia, a lungo preceduto dal fragore sempre meno distante del tuono, annunziava chiaramente, più che un acquazzone estivo, l’ingresso dell’autunno. La sera, al rientro da una cena con amici, trovare mia figlia in pigiama e pronta per andare a letto conferiva lo stigma dell’inequivocabilità al presagio pomeridiano: inizia la scuola!

Il gorgoglìo del liquido nero, fumante, che riempie la caffettiera sul fornello basta a convincermi che è ora di alzarsi. Il margine di tempo che mi separa dal suono della campana dell’anno scolastico che sta per cominciare è tale che persino la richiesta di mia figlia di precedermi nell’uso del bagno non mi riempie di terrore. Tra pochi minuti mi ritroverò davanti i miei alunni.

Niente prime classi per me, quest’anno. Se ci penso, non mi è mai capitato. Osservare quelle facce che entrano per la prima volta in un’aula di scuola superiore è uno spettacolo unico. Mi mancherà. Le mie classi, invece, le conosco già.

Ma è proprio così? – mi chiedo lungo il tragitto. Chissà come saranno cambiati i volti dei miei studenti in questi mesi. Di certo non vorranno essere guardati dai loro prof come se fossero dei nomi da rimettere dentro le griglie di valutazione dell’anno scorso.

Salgo le scale del mio Liceo e lo scoprirmi solo leggermente in affanno alla fine delle rampe, mi riempie di soddisfazione.  Sono ancora in anticipo e ho tutto il tempo di godermi le facce dei ragazzi che sfrecciano su per le scale e poi lungo i corridoi verso le classi, facendo a gara per aggiudicarsi la fatidica ultima fila. La mia prima ora di lezione la affronto armato di alcune foto che raccontano delle mie vacanze.

Chiedo agli alunni di secondo anno di descrivere in inglese le immagini e di indagarne il contesto. Per i ragazzi di prima liceo che cominciano lo studio della letteratura ho predisposto, invece, delle slide che ci permettano di interrogarci su cosa sia la letteratura e cosa essa abbia da insegnarci.

Le nuovissime lavagne Lim, appena installate, sono, manco a dirlo, momentanea inutilizzabili. Per fortuna le vie della tecnologia, benché traballanti nella connessione, si rivelano infinite nella modalità e rimedio con lo smartphone.  La lezione può iniziare. Il dialogo è sempre un po’ tirato, ma si parla dell’umano, della possibilità di conoscerlo, della differenza tra il sapere scientifico che ci obbliga ad accettare certi risultati e quello in cui il gioco della conoscenza implica l’umano nella sua interezza, compresa la sua libertà. Emerge la questione se ci sia una “verità” del testo o se tutto si perda nel labirinto delle opinioni indistinte ed ugualmente arbitrarie e se sia possibile conoscere con certezza qualcosa senza presumere di esaurirne i fattori.

Guardo le loro facce. Si stanno interessando? La loro giovane mente è sfidata oppure sto già aggiungendo la sabbia paralizzante della noia tra i sui ingranaggi?

Mi accorgo che incontrarli ridesta innanzi tutto me, rompendo gli schemi del già saputo. «Quest’anno ci avventureremo dentro l’umano attraverso i brani di letteratura che faremo – dico loro alla fine della lezione – . Alcuni dei sentieri che seguiremo io li ho già percorsi, ma solo voi potete farmi accorgere di tutto ciò che cresce attorno alla strada».

Solo la realtà sorprende. Solo lo stupore conosce. All’interno di un incontro che deve riaccadere a scuola, non solo nella promessa dell’inizio, bensì nel declinarsi di ogni giornata.

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