Società scuola

Pubblicato il 10 Marzo 2026 | di Angelo Schembari

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Se anche a scuola spuntano i coltelli…

La tragica notizia della morte di uno studente avvenuta in una scuola a La Spezia a seguito di accoltellamento è solo l’ultima di una lunga serie. Non si tratta più di casi isolati, dati Istat certificano che dal 2024 c’è stato un aumento significativo dei reati commessi con coltelli tra i giovani, con un incremento delle denunce per porto abusivo di lame, specie a Milano, dove si registrano oltre 1.400 segnalazioni all’anno. Una deriva violenta che ci interpella nel profondo e ci disorienta. Cosa sta succedendo ai nostri giovani? Perché di fronte al conflitto non trovano più parole ma azioni irreversibili?
Non basta fare appello ad un generico disagio giovanile, non si può medicalizzare tutto, quasi a voler giustificare qualcosa che invece non va tollerato.
C’è una cultura della violenza che regola i rapporti come modello di risoluzione dei conflitti. Sopraffazione, desiderio di possesso, non rispetto dell’altro sono dinamiche ben visibili nella società e soprattutto veicolate da contenuti che girano in Rete. Emozioni che non riescono a trovare parole e si esprimono anche con il coltello.
Tantissimi adolescenti frequentano regolarmente siti porno da cui spesso sono modellati i rapporti con l’altro sesso. Per non parlare dei Rapper da centinaia di migliaia di follower che spopolano sui social con le loro canzoni i cui testi inneggiano apertamente a violenza, sesso, mafia, pistole, droga, guadagno facile e contro le forze dell’ordine, la Scuola e le Istituzioni in genere.
Una “generazione ansiosa” come la definisce J. Haid, che registra un aumento di suicidi, di pratiche di autolesionismo, di disturbi dell’alimentazione, di ritiro sociale.  Un male di vivere che deve essere affrontato come un’emergenza nazionale.
Stiamo parlando del dolore e della solitudine di migliaia e migliaia di ragazzi italiani, un problema sociale ed educativo, oltre che di ordine pubblico.
Il disagio dei ragazzi è un tema sociale – scrive W. Veltroni – Sono costretti da subito ad avere una dimensione sociale di ogni loro comportamento, si sentono costantemente osservati, giudicati, misurano, attraverso il numero dei follower, il grado della loro autostima. Diventano grandi troppo presto, correndo appresso a tecnologie che usano gli adolescenti come puri consumatori e applicano, all’argilla della formazione delle loro prime esperienze umane, la cruda ruvidezza degli algoritmi. Il sesso, le relazioni sentimentali, l’amicizia, la considerazione dell’altro da sé, il rapporto con professori e genitori sono oggi filtrati da un prisma che rimanda sempre la stessa immagine, la propria dimensione pubblica.
Nel faticoso compito educativo abbiamo lasciato campo libero ai social con la loro pervasiva presenza nelle vite degli adolescenti, dall’altro lato viviamo in una società che parla molto di diritti ma sempre meno di responsabilità come processo che si costruisce nel tempo dentro relazioni solide e ruoli chiari. Il declino dei riferimenti valoriali, la mancanza di netta distinzione tra Bene e Male, la negazione come valore dell’impegno nello studio, così come dell’educazione, della mitezza e della gentilezza, l’assenza di limiti, le dipendenze, la dissoluzione della famiglia, il non sentirsi parte di una comunità, il dileggio per la spiritualità e la cultura, il consumismo materialista, hanno creato una perdita di identità e più ancora un vuoto di senso.
Siamo tutti chiamati a un’assunzione di responsabilità, ognuno per la propria parte, la Politica, le Istituzioni, la Scuola a cui non si può delegare tutto, la Famiglia che va aiutata, la Chiesa, le altre agenzie educative.

Una forte chiamata alla responsabilità è risuonata nelle parole dell’Arcivescovo di Catania, Mons. Luigi Renna, durante la festa di Sant’Agata. Ha invitato gli adulti a recuperare il proprio ruolo educativo, abbandonando superficialità e dipendenze, e guidando i giovani con l’esempio. “I nostri ragazzi – ha detto – hanno bisogno di genitori presenti, capaci di dialogare, di appassionarsi al bello, di non tollerare armi in tasca, ma di offrire opportunità che valorizzino i loro talenti. La fede, la catechesi, la vita di comunità non siano un peso: sono scelte che coinvolgono tutta la famiglia e aiutano a crescere come Sant’Agata”. Ha ricordato che i giovani hanno bisogno di genitori che camminino con loro, soprattutto oggi, prima che cerchino altrove modelli non sempre buoni. Rivolgendosi poi ai giovani, li ha esortati ad amare la bellezza della vita, che non si trova nell’alcol o nelle droghe, ma nelle amicizie vere, nella scuola vissuta come luogo di relazioni e futuro, nella cura degli anziani e dei poveri, nel volontariato che cambia la vita. Al centro di tutto, la fede in Cristo: la stessa fede di Sant’Agata, una giovane che ha saputo dire «sì» a Cristo come a un amico e al modello della sua vita.

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Autore

Nato a Ragusa nel 1972. Laurea in Lettere Classiche, Docente di Lettere, collaboratore di insieme dal 1989. Ha collaborato con diverse testate giornalistiche, della carta stampata quotidiana e periodica, online e televisive. Studioso di Storia locale.



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