Vita Cristiana

Pubblicato il 30 Ottobre 2018 | di Alessandro Bongiorno

Scautismo scuola di libertà e di valori

Ordinati, nelle loro divise che non temono il freddo o la pioggia, in cammino o attorno al fuoco nei pressi di una tenda: immagini che ci sono care e ci proiettano nel mondo scout. Per chi l’ha vissuta, è un’esperienza in grado di segnare la vita. ‘‘Semel Scout Semper Scout” (Scout una volta, Scout per sempre) è il motto che si scandisce nella promessa. Un modo di essere tatuato nell’animo.

Una parrocchia dove sia attivo un gruppo scout è una parrocchia nella quale è più facile abbattere i muri tra generazioni, rendere protagonisti i giovani, colorare di entusiasmo spazi e liturgie, sperimentare la carità, parlare linguaggi al tempo stesso antichi e moderni. L’esperienza di noi tutti ci insegna che è una parrocchia più viva e che sa coltivare le relazioni e la fraternità.

Proprio in questi giorni, il Sinodo sta provando a capire come rendere protagonisti i giovani all’interno della Chiesa, come valorizzare uno spirito che è naturalmente ‘‘in uscita’’ verso nuovi orizzonti, come mettere a frutto energie e carismi. Lo scautismo può offrirci delle chiavi di lettura e delle risposte alle domande che si pone il Sinodo ma anche a quanto la società va cercando oggi.

«Ai ragazzi – suggerisce don Paolo La Terra, di recente riconfermato assistente generale nazionale delle Guide e Scouts d’Europa cattolici – dico sempre di inserire l’esperienza scout nel curriculum. Oggi le imprese ritengono centrali il ‘‘team working’’ e il ‘‘problem solving’’, ovvero le capacità di lavorare come squadra e di saper affrontare e risolvere i problemi. E questo è il Dna dello scautismo».

Volendo semplificare, cos’è lo scautismo?

«È un metodo educativo per accompagnare la crescita dei ragazzi. Baden Powell aveva sempre pensato uno scautismo ben saldo al contesto religioso. Per questo, come metodo educativo, ha una marcia in più perché si rivolge alla totalità della persona. Lo scautismo cattolico è un percorso all’interno del quale far crescere una vita di fede e, inserito in una dimensione spirituale, diventa una via alla santità. Ma è anche scuola di libertà, di valori, di sacrificio, di pienezza di vita».

Guardando un gruppo scout, con le divise, le parole d’ordine, i simboli sembra di assistere a qualcosa che appartenga a un’altra epoca. Cosa possono dare oggi gli scout alla Chiesa e alla società?

«Formare buoni cristiani e buoni cittadini è da sempre la missione degli scout e oggi questa necessità si avverte con maggiore evidenza. Lo scautismo forma e stimola alla libertà, alla responsabilità, al servizio, all’accoglienza, al rispetto, all’amore per la natura intesa come Creazione. Sappiamo bene che il contatto con la natura è contatto con la Creazione e, amando la natura, amiamo Dio. C’è bisogno, nella Chiesa e nella società, di ragazzi, di ragazze, di giovani, di educatori che sappiano fare e farsi domande, cercare risposte, applicare il discernimento, scegliere in modo autentico e concreto ponendo sempre al centro Cristo».

E la Chiesa come può giovarsi di tutto questo?

«Lo scautismo è una risorsa della Chiesa. In Italia ancora di più perché il 95 per cento dei gruppi scout è inserito nella parrocchia. Questa è una peculiarità ma anche un segnale di ecclesialità. Siamo parte integrante della Chiesa italiana e viviamo all’interno delle parrocchie e della Chiesa locale. Siamo una Chiesa in cammino, di frontiera, proiettata verso le periferie e, per questo, ci è più facile avvicinare anche ragazzi che le parrocchie non riescono a raggiungere in modo diverso».

Perché si fa fatica a entrare in contatto con gli universi giovanili?

«C’è fondamentalmente una carenza di adulti significativi. I ragazzi hanno fame e sete di adulti significativi e coerenti che facciano corrispondere le parole ai fatti. Quello che fai non è quello che dici ti sei giocato la fiducia dei ragazzi. Negli scout la relazione intergenerazionale, il rapporto tra i capi e i ragazzi è fondamentale. C’è un trapasso di nozioni dal capo al ragazzo e dal ragazzo più grande a quello più piccolo. C’è anche la grande difficoltà degli adulti di trovarsi di fronte ragazzi e ragazze con identità tutte da costruire. Negli Scout d’Europa diamo, ad esempio, l’occasione ai ragazzi e alle ragazze di ritrovarsi insieme in gruppi solo maschili o solo femminili con capi, rispettivamente, uomini e donne. È un modo per acquisire la propria identità, rispettando la diversità nelle relazioni».

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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