Società

Pubblicato il 23 Novembre 2018 | di Silvio Biazzo

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In ricordo della giornata contro la violenza sulle donne

A Comiso sabato 24 novembre, alle ore 18.30 si inaugura una mostra collettiva di pittura e scultura di artisti locali sul tema della violenza sulle donne, dal titolo “Non alzare le mani. Contro ogni forma di violenza sulle donne”, promossa dal vicepresidente della Pro Loco di Vittoria Rosario Giarratana e organizzata col patrocinio del Comune.

La mostra sarà ospitata presso la Sala Pietro Palazzo sita in via degli Studi:  in esposizione anche un’opera di Salvatore Fiume.  La mostra resterà aperta al pubblico fino a venerdì 30 novembre prossimo e si inserisce nelle iniziative attivate dall’Amministrazione comunale in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne .

Una giornata che deve far riflettere perché la violenza sulle donne è la negazione dell’amore. Essere donna  non dovrebbe voler dire solo denunciare, l’essere donna dovrebbe significare proporre una propria visione del mondo al di fuori tanto della cultura machista, quanto di mode e trend culturali vetero-femministi.  L’essere donna dovrebbe  voler dire vedersi e amarsi come essere umano al di là e a prescindere del proprio genere.

Non tutti sanno che la data del 25 novembre fu scelta dalle Nazioni Unite per ricordare il brutale assassinio di tre donne, che difesero fino alla morte la propria libertà e la democrazia. Oggi assistiamo a un crescendo di storie di cronaca che ci fanno percepire le donne come vittime “esemplari” di una violenza diventata parte integrante del nostro vivere quotidiano. La violenza sulle donne purtroppo non è però un fenomeno contemporaneo, ma serpeggia da millenni. I mezzi di comunicazione ne amplificano la eco.

Oltre alla violenza “fuori casa”, preoccupa e rattrista il persistere di casi e storie di violenza domestica. E’ urgente chiedersi prima di tutto perché molte donne arrivino al punto di essere uccise e non riescano a “scappare” prima che sia troppo tardi. E’ difficile trovare una risposta univoca. Forse succede perché molte donne credono e sognano l’”amore buono” delle fiabe con cui sono state cresciute. Le donne molte volte si vedono e/o si rappresentano “passive” e bisognose di essere salvate.

Pur di esser “salvate” alcune donne sono disposte addirittura a subire e sopportare anche la violenza, da parte di chi dovrebbe semplicemente amarle. Altre donne credono che il proprio amore “salvifico” possa cambiare l’altra persona. Il problema di base è che spesso le donne non si “amano” e non comprendono che possono e devono salvarsi da sole: è un circolo vizioso da cui si esce a fatica.

L’indiziato principale non è tanto la violenza degli uomini, quanto una cultura che non li vede come esseri umani, ma li etichetta come “maschi”. Viviamo in una cultura ancora o forse di nuovo machista. Il passato non aiuta ed è pieno anche di teorici dell’inferiorità della donna: ricordiamoci per citarne uno che Aristotele sosteneva che la donna fosse passiva, in contrapposizione all’uomo “attivo”.

Guardando oggi la TV nostrana e il linguaggio di certi organi d’informazione, assistiamo a un colpevole indugio ed elogio della violenza, a un ammiccamento costante a modelli macisti del passato, per cui la violenza è la risposta alla violenza. Così nella maggior parte dei casi i modelli che si propongono alle nuove generazioni prevedono un vincitore violento, iper-virile, iper-muscoloso e iper-armato. Nulla o quasi sembra perciò essere cambiato: il macho con la pistola ha sostituito il principe azzurro con la spada.

Può quindi un’opera d’arte, un articolo o un film convincere una donna a ribellarsi a tale stereotipo e ad allontanare da sé quell’”amore” violento, che amore non è?  L’insieme del coraggio delle donne è la vera risposta. Siano perciò sempre di più e sempre più frequenti le artiste che parlano non solo e non tanto della violenza contro le donne, quanto della loro visione del mondo violento. Il loro esser protagoniste, allorché indipendenti e “attive”, sarà da modello ed esempio di “emancipazione” per le altre donne. Essere donna il 25 novembre non dovrebbe voler dire solo denunciare.

L’essere donna dovrebbe significare proporre una propria visione del mondo al di fuori tanto della cultura machista, quanto di mode e trend culturali vetero-femministi. L’essere donna dovrebbe significare in fondo vedersi e amarsi come essere umano al di là e a prescindere del proprio genere.

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Autore

Silvio Biazzo

Giornalista Pubblicista dal 1980 , ha collaborato con Radio Insieme, Avvenire, Giornale di Sicilia e Gazzetta del Sud e tv locali, diploma di Maturità Classica, studi universitari in Giurisprudenza , dal 1993 insignito della Onorificenza di Cavaliere dell’ O.M.R.I.



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