Società

Pubblicato il 8 Aprile 2019 | di Alessandro Bongiorno

La crisi del Venezuela nel racconto degli emigrati ragusani

Sono tanti i siciliani che hanno varcato l’Oceano costruendosi una vita in Venezuela. Tra loro anche tanti ragusani. A Caracas o a Maracay (dove è molto folta la comunità di modicani) non è raro imbattersi in cognomi che si trovano anche sul nostro elenco telefonico. Sono soprattutto i figli e i nipoti di chi, dopo la Seconda guerra mondiale, ha cercato fortuna lontano dalla sua terra.

«E il Venezuela – afferma Sebastiano D’Angelo dell’associazione Ragusani nel mondo e direttore dell’omonimo premio che quest’anno raggiunge i 25 anni di vita – è stata una terra molto generosa. Gli italiani sono stati attratti dal petrolio e hanno fatto fortuna, mettendo a frutto le proprie capacità imprenditoriali, facendosi voler bene dalla popolazione locale e integrandosi al meglio». Oggi la situazione è ben diversa. Anche per i ragusani che sono rimasti in Venezuela. «Stiamo attraversando – ci chatta Salvatore Pluchino da Caracas in un momento in cui l’elettricità e le linee telefoniche lo permettono – un caos generale. Acqua, elettricità, telefono e internet funzionano a singhiozzo». Pluchino è rimasto in Venezuela dove ha percorso una brillantissima carriera accademica e professionale come docente di farmacologia all’Università di Caracas e come autore di tantissime ricerche e pubblicazioni. È stato anche tra gli artefici della nascita del Centro Italo-Venezuelano di Caracas di cui per dieci anni è stato presidente.

Chi ha potuto, è già rientrato a Ragusa, magari lasciando in Venezuela figli e nipoti. C’è chi è tornato per curarsi, perché in Venezuela scarseggiano i farmaci, chi per una scelta di vita, chi ancora per fuggire da quello che ormai tutti definiscono un inferno. «Eppure – ci dice uno di loro che preferisce rimanere anonimo avendo in Venezuela alcuni familiari – si tratta di una terra ricca. Petrolio, oro, bauxite che fanno gola a russi, americani, cinesi, cubani. Abbiamo vissuto felici per tanti anni. Ora c’è solo disperazione».

Le materie prime di cui è ricco il Venezuela non danno più la felicità ma rischiano di trasformarsi nella tomba di questo Paese. Chi è potuto rientrare racconta di un Paese allo stremo, di gente in fila sin dalle 4 del mattino per ricevere il pacco con il cibo, della mancanza di luce e acqua, delle squadracce di soldati cubani infiltrati nell’esercito, nella tv e in ogni punto vitale dell’amministrazione. La numerosa comunità italiana si ritrova attorno alla parrocchia della Madonna di Pompei di Caracas che prova a venire incontro come può alle tante esigenze dei nostri connazionali. L’Unione Europea e gli Stati Uniti, ma un po’ tutta la diplomazia internazionale, si sono espressi per il ritorno alle elezioni, sposando così la posizione di Guaido. Il Governo italiano ha invece assunto una posizione interlocutoria. Come i ragusani che vivono in Venezuela hanno accolto questa posizione? «Vorrei solo sperare – ci dicono quasi sottovoce – che sia solo per tutelare i tanti italiani che siamo rimasti qua. Le nostre piccole imprese rischierebbero l’esproprio da Maduro e noi stessi saremmo nel mirino delle squadre paramilitari cubane».

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Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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