Cultura

Pubblicato il 13 Giugno 2019 | di Luca Farruggio

Da soli o in un comunità in un cammino che parte dal buio e arriva alla luce

Tutti gli uomini e le donne, per natura, cercano la gioia. Ma come si può cercare qualcosa che non dipende solo da noi? Infatti, spesso, senza alcun merito o demerito la gioia ci prende e ci abbandona senza troppe spiegazioni. Se non dipende da noi, cosa possiamo fare per essere gioiosi?

Sembra proprio che, al massimo, possiamo avere una disposizione alla gioia, ma in fin dei conti nulla possiamo fare per viverla in maniera duratura e permanente. Questo è un primo aspetto che tutti conosciamo. È un dato che ci fa accostare la gioia alla grazia, cioè a qualcosa di divino e di misterioso che ci visita e che ci getta in esperienze insondabili per la nostra ragione calcolante.

Ma, oltre a non aver nessun potere sulla gioia, la ricerca di quest’ultima può richiedere anche un cammino, uno sforzo, un esercizio. Ognuno, con pazienza, può cercare quelle condizioni che permettono al proprio spirito di sostare nella gioia. Così più andiamo avanti e più ci accorgiamo che questa abita nelle zone più nascoste del nostro essere, ed è sempre assai rischioso scendere nel proprio abisso interiore per cercarla. Dobbiamo fare i conti con la totalità del nostro essere e proviamo una certa paura. Per questo spesso fuggiamo da noi stessi e ci accontentiamo di effimeri divertimenti. Spesso, se vogliamo essere sinceri, non cerchiamo la gioia, ma la distrazione. Fuggiamo da noi stessi per poter trovare attimi di effimera pace. Si tratta del noto divertissement di Pascal, la cui essenza sta nel rimandare giorno dopo giorno la domanda più importante che ogni uomo dovrebbe porre a se stesso e alle cose fondamentali del mondo.

Però la gioia, per chi vuole cercarla, si trova proprio nel profondo dell’abisso interiore e nessun divertimento può sostituire questa invisibile fiamma sublime. Solo le persone che sanno operare scelte serie e che riescono a capire qual è il senso della ricerca della gioia, possono viverla e condividerla. Come viverla? O in solitudine, davanti a una realtà interiore che però ci insidia sempre con immagini e “fantasmi”, o condividerla, perché solo nella relazione questo stato trova un terreno fertile e contagioso. Quindi esiste sia una gioia del tutto personale, sia una gioia che richiede necessariamente una comunità in cui essere vissuta e sperimentata.

Va ancora detto che la ricerca della gioia corre un pericolo: spesso viene scambiata con il raggiungimento di beni materiali, di dati certi, di traguardi stabiliti dalla società. Tuttavia, dopo aver sperimentato queste conquiste, ci accorgiamo che la gioia è il frutto di un cammino difficile che ci fa passare da uno stato di buio a uno stato luminoso, e che niente di materiale può bloccarla e definirla per sempre. Collocare la gioia su un terreno materiale ci condurrebbe al celeberrimo pessimismo di Schopenhauer, in cui la volontà non trova mai pace. Pertanto possiamo essere ottimisti, ma consapevoli che solo attraversando il pessimum si può vivere una gioia piena e duratura.

 

 

 

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Autore

Luca Farruggio

(Catania 1984). Filosofo e poeta, si è laureato al San Raffaele di Milano nel 2011. È allievo di Massimo Cacciari ed Enzo Bianchi. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Bugie estatiche (Il Filo 2006, prefazione di Manlio Sgalambro) e Del pessimismo teologico (Il Prato 2017, prefazione di Giuseppe Girgenti). Si guadagna da vivere insegnando in Veneto e ogni tanto, come pubblicista, dice la sua dove gli capita.



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