Vita Cristiana

Pubblicato il 21 Giugno 2019 | di Mario Cascone

Lasciarsi cullare dall’amore di Dio. Ecco da dove viene la gioia autentica

Tutti gli uomini cercano la gioia, perché desiderano essere felici e vivere nella pace. Se ci fosse un uomo che dicesse di non voler essere gioioso e di fare di tutto per tormentarsi l’esistenza, noi giustamente lo giudicheremmo fuori di senno. È normale, dunque, cercare di vivere nella gioia, allontanando dalla propria vita tutto ciò che può recare tristezza e malessere. Il problema è però capire che cos’è la vera gioia e dove si può trovare.

Chiariamo subito che la gioia autentica non coincide con la semplice allegria, con l’euforia di alcuni momenti di “sballo” o di divertimento, con gli sprazzi di piacere che possono derivare da sollazzi più o meno leciti, i quali non di rado lasciano solo una grande amarezza e un pauroso vuoto interiore. Ciò che il mondo chiama gioia spesso non è che ricerca affannosa di evasione o stordimento del cuore e della mente, che si risolve nel vivere fuori di sé e al di sotto delle proprie potenzialità. La vera gioia è interiore. Non viene dal di fuori, ma dal di dentro. Precisamente viene da Dio, il quale agisce nel cuore dell’uomo, ricolmandolo della sua grazia, ossia del suo amore gratuito e incondizionato. Sperimentare l’amore di Dio, lasciarsi condurre da esso docilmente, senza opporre resistenze, significa immergersi nella gioia più autentica. Una gioia che, come insegna San Paolo, è “frutto dello Spirito Santo” (Gal 5, 22), perché ci fa sperimentare l’amore, la pace, la benevolenza, la fedeltà di Dio. Una gioia che dona pienezza di senso alla nostra esistenza e ci proietta nella speranza, che è la vera forza del nostro quotidiano vivere, perché ci fa vincere anche la paura della morte e ci fa credere nell’eternità beata.

Ha detto padre Raniero Cantalamessa che senza Dio la vita è un giorno che termina nella notte, con Dio è una notte (e a volte anche una notte “oscura”) che termina nel giorno, e un giorno senza tramonto. Il riferimento qui è chiaramente alla risurrezione di Cristo, che ha ribaltato il senso della sofferenza e della morte, facendo trionfare la gioia e la vita. La notte buia del dolore è stata vinta dalla luce della risurrezione del Signore, facendo approdare la nostra esistenza nella beatitudine eterna, ossia nella pienezza della gioia. D’altronde questo era quanto aveva dichiarato lo stesso Gesù, allorché ci aveva dichiarato il suo amore senza riserve, che si sarebbe concretizzato nel sacrificio della Croce, affermando poi testualmente: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15, 11). Il Signore vuole la nostra gioia piena e non esita a sacrificare la sua vita sulla croce per farcela conseguire: egli muore perché noi viviamo, egli soffre perché noi possiamo gioire, egli si sacrifica perché noi possiamo essere felici. La gioia che promana dal mistero pasquale di Cristo ci aiuta ad affrontare con forza le inevitabili sofferenze della vita. Il Signore non è venuto, infatti, ad eliminare il dolore, ma a trasformarlo con la potenza del suo amore. Immersi nell’amore sanante e liberante di Cristo morto e risorto, noi siamo in grado di sopportare le pene, i contrattempi, le malattie con la certezza di poter puntare ad una gioia senza fine, che fin da ora possiamo pregustare, ma che sarà pienamente goduta nel Paradiso.

Forte di questa consapevolezza, l’apostolo Pietro poteva confortare i primi cristiani, afflitti e perseguitati, con queste parole: “Siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere un po’ afflitti da varie prove (1 Pt 1, 6). E ancora: “Nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare” (1 Pt 4, 13). D’altra parte questa era stata l’esperienza dello stesso Pietro e di altri apostoli, quando avevano conosciuto la persecuzione, la prigione, le torture. Significativamente il libro degli Atti degli apostoli dice che gli apostoli, dopo essere stati scarcerati dalle autorità sinedrite, “se ne andarono dal sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del nome di Gesù (At 5, 41). Solo una speranza grande può conferire questa letizia di fronte agli oltraggi subìti a motivo della propria fede in Cristo. Il cristiano, dunque, non smarrisce la gioia nemmeno di fronte al dolore e alla morte, perché sempre è sostenuto dalla speranza dell’eternità e dalla certezza di essere amato da Dio.

Una tale gioia non si compra e non si vende, ma può solo essere liberamente elargita dal Signore, al quale la chiediamo, sicuri di essere ascoltati. Lo possiamo fare utilizzando questa bella preghiera di San Tommaso Moro: “Signore, donami una buona digestione e anche qualcosa da digerire. Donami la salute del corpo e il buon umore necessario per mantenerla. Donami, Signore, un’anima semplice che sappia far tesoro di tutto ciò che è buono e non si spaventi alla vista del male ma piuttosto trovi sempre il modo di rimetter le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri, i lamenti, e non permettere che mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo ingombrante che si chiama “io”. Dammi, Signore, il senso del buon umore. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo per scoprire nella vita un po’ di gioia e farne parte anche agli altri”.

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Autore

Mario Cascone

Sacerdote dal 1981, attualmente Parroco della Chiesa S. Cuore di Gesù a Vittoria, docente di Teologia Morale allo studio Teologico "San Paolo" di Catania e all'Istituto Teologico Ibleo "S. Giovanni Battista" di Ragusa, autore di numerose pubblicazioni e direttore responsabile di "insieme".



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