Quaresima e quarantena ci conducono al ritorno all’essenziale e alla speranza
Quaresima e quarantena. Etimologicamente le due parole, che non sono solo affini da un punto di vista sonoro, hanno il medesimo significato.
La quarantena, infatti, altro non era che un isolamento imposto alle navi che giungevano nella Repubblica di Venezia, durante il XIV secolo, possibili portatrici di Peste Nera. Il periodo di incubazione di quest’ultima era di circa quaranta giorni, dunque una “quarantina”, traslato nel dialetto veneziano in “quarantena”.
La quaresima, invece, è il periodo che intercorre dal Mercoledì delle Ceneri alla celebrazione della Santa Pasqua. Si chiama così perché vuol richiamare i quaranta giorni vissuti da Gesù nel deserto, caratterizzati da digiuno e tentazioni.
L’isolamento sembra essere dunque il fattore comune ai due momenti, quest’anno vissuti da buona parte del pianeta, contemporaneamente. L’Italia è in quarantena, come il mondo intero. Niente baci, abbracci, strette di mano. Persino la Celebrazione Eucaristica, fonte di salvezza per il cristiano, avviene in diretta streaming attraverso i social, più che mai diventati unico mezzo di aggregazione possibile.
Un isolamento che fa paura se vissuto nello sconforto e nell’abbandono.
Per i cristiani, però, esso rappresenta, più che mai, un periodo in cui sperimentare i frutti del deserto, il silenzio e il digiuno. La tentazione è costante: facilmente ci si trova a dubitare sulla potenza di Dio, a mollare la presa sino a perdere la fede.
Gesù, nei quaranta giorni di deserto, però, ci regala una via preziosa per resistere: la preghiera. Attraverso questa, infatti, si può sperimentare la forza, il coraggio e l’apertura alla speranza. La preghiera è arma nella lotta, è rimedio contro ogni sorta di seduzione malvagia, è la soluzione determinante per vivere l’isolamento come occasione di grazia.
Alla fine dei quaranta giorni di deserto e digiuno, però, Gesù ebbe fame. E noi?
Il nostro deserto è caratterizzato da assenza di relazioni, dalla mancanza dell’abituale routine, da privazioni continue. Più passa il tempo e più aumenta, così, la fame di certezze, di obiettivi da realizzare, il desiderio ardente di ritornare alla vita di sempre. Il deserto fa paura: ieri, oggi, sempre.
Il cristiano, tuttavia, non può lasciarsi travolgere dal turbamento: esso piuttosto è chiamato ad essere, per sé e per gli altri, fonte di consolazione e speranza poiché discepolo di un Dio che, facendosi carne, ha sperimentato su se stesso il patimento quale preludio della Gloria.
La quarantena, così come lo spirito quaresimale, allora ci riporta all’essenziale, spogliandoci della nostra quotidianità sino a farci riscoprire (o addirittura scoprire) un’interiorità che spesso, travolti dalla frenesia dei giorni, dimentichiamo di avere.
Quarantena e quaresima, però, hanno un altro fattore in comune: il più importante, quello che dà compimento a tutto. È la necessaria apertura alla speranza, la virtù di credere che saremo saziati, l’assoluta certezza del non prevalebunt. E allora sarà Pasqua. E vincerà la Vita.
“Andrà tutto bene”, d’altro canto, è il motto che accompagna ogni cristiano, da sempre, sicuro del fatto di non essere solo nella battaglia: Cristo ha già vinto.
