Vita Cristiana

Pubblicato il 16 Ottobre 2019 | di Alessia Giaquinta

Da Monterosso Almo sino al Congo «Alla base di tutto solo l’amore»

Da quarantaquattro anni missionario in Congo, padre Sebastiano Amato è indubbiamente espressione della chiesa evangelizzatrice e madre, tenera e accogliente in cui è tangibile l’amore di Cristo.

Per testimoniare amore, bisogna aprirsi, essere amore. Non esistono etichette, classificazioni, appartenenze religiose quando si ama. È in questo concetto che, sinteticamente, possiamo descrivere padre Sebastiano Amato, di cognome e di fatto. Originario di Monterosso, viene ordinato da monsignor Angelo Rizzo il 9 febbraio 1975 e da sempre – a parte un’interruzione di sei anni nella casa saveriana a Salerno – vive la sua missione in Africa laddove, dichiara, «la povertà è estrema ed inimmaginabile per chi vive in Occidente». Eh sì, perché lì quella povertà materiale che comunemente immaginiamo, è accompagnata da una povertà istituzionale, dalla mancanza di tutela, diritti, igiene, strutture e ogni cosa che, aldilà del cibo o del vestito, serve ad onorare la persona dell’imprescindibile dignità che lo costituisce.

Incontro, dunque, padre Amato per scoprire, nel dettaglio, cosa significa vivere la missione. Mi accoglie con un sorriso, sereno e brillante, ed esordisce:

«La parola missione significa mandato. Ed io sicuramente, oltre ad essere mandato da Gesù – che mi ha personalmente chiamato a svolgere questo servizio – sono mandato dalla diocesi di Ragusa e dalla mia parrocchia di appartenenza. La Chiesa è missionaria non perché manda soldi o alimenti ma perché manda persone».

Come è maturata la sua vocazione alla missione?

«Ero bambino. Qui, nella piazza San Giovanni, a Monterosso c’è il mezzo busto di un uomo che non conoscevo. Ricordo che mi affascinava guardarlo e, un giorno, chiesi ad un funzionario comunale di spiegarmi chi fosse. Lui mi rispose che si trattava di Ignazio Pagano, un uomo illustre per la sua bontà. Mi raccontava che spendeva il suo tempo per aiutare i bisognosi, pagava le medicine a chi non poteva acquistarle. Insomma, un uomo buono. Io volevo essere come lui!».

E così si è ritrovato ad essere l’uomo buono del Congo…

«Beh, in realtà – sorride – lì mi chiamano proprio così. In alcuni villaggi del Congo sono conosciuto con il nome di “Bissimwa” che significa amabile. In altre zone mi hanno appellato con un altro nome che significa “uno di noi”».

Insomma, nessun problema di integrazione!

«Assolutamente no. Sono stato bene accolto. Lì la gente è buona. Ovviamente bisogna conoscere e constatare la differenza culturale che è alla base. Io ormai conosco bene la realtà che vivo: conosco i loro proverbi, la loro lingua, i loro tabù, i loro modi di fare e conosco la loro storia, drammatica a causa della guerra».

Dunque oltre la povertà anche la guerra…

«Sì. Dal 1975 ad oggi, ho avuto modo di vivere il Congo in tre fasi differenti: prima, durante e dopo la guerra. La povertà, di fatto c’è sempre stata, ma la guerra – nel 1996 – ha distrutto tutti i valori buoni che costituivano la società. Prima infatti cooperavano tutti, indistintamente, per le opere sociali. Dopo la guerra, che ha causato oltre 5 milioni di morti (taciuti, perchè a nessuno importa parlare di loro) viviamo una società in cui c’è molta violenza, si ruba, c’è diffidenza».

Tante sono le opere sociali fatte in questi anni. Cosa c’è alla base?

«Alla base di tutto c’è l’amore. Come può un bambino che vive la fame e la malattia sperimentare l’amore di Dio? Solo se io lo amo, solo se io – aldilà della sua appartenenza etnica, religiosa, sociale – riesco a rispondere con amore ai suoi bisogni posso testimoniargli Dio. Così nel tempo siamo riusciti a costruire numerose scuole, edifici, sorgenti d’acqua potabile…

Perché in questo momento si trova in Italia?

«In genere torno ogni tre anni. Questa volta però, ho un’ulteriore missione da compiere: devo accompagnare un bambino che ho conosciuto in uno degli orfanotrofi costituiti vicino il lago Tanganica. Si tratta di un bambino nato senza braccia. La madre, invece di ammazzarlo, ha deciso di tenerlo come se fosse un miracolo. Da qui il suo nome, Miracle. Siamo in Italia perché nei prossimi giorni, grazie alla generosità di tanti, all’interesse di un medico  di Grammichele e al supporto dell’associazione di Alex Zanardi, il piccolo Miracle subirà a Bologna un intervento per ottenere la protesi di un braccio. Intanto io gli ho insegnato a mangiare, colorare e fare tutto quello che c’è da fare utilizzando i piedi».

Lo guardo con stupore e commozione. Mi rendo conto che nella sua lunga missione, padre Amato è stato braccia per quanti hanno avuto bisogno di azioni e conforto, è stato gambe per arrivare sino alle estremità della terra, è stato bocca per evangelizzare, è stato sorriso per amare. È stato, ed è, semplicemente amore ogni giorno, nel servizio che il Signore gli ha affidato.

 

 

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Autore

Alessia Giaquinta

Conseguita la maturità Classica, frequenta il corso di Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Messina. Ha collaborato con testate giornalistiche online e attualmente scrive per il quotidiano "La Sicilia" e la rivista "Bianca Magazine". Ha al suo attivo numerose ed importanti esperienze teatrali ed organizza Laboratori Teatrali per bambini. Promotrice di eventi culturali, è stata anche membro di gestione della Biblioteca Comunale di Monterosso Almo (RG), ove risiede. Ha svolto il Servizio Civile presso un centro per disabili e riveste il ruolo di educatrice dei giovanissimi presso la sua parrocchia di appartenenza.



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