Storia, culto e tradizioni popolari

La devozione a Sant’Antonio Abate a Monterosso vanta un’antica tradizione.
Nel 1593 il quartiere S. Antonio contava 317 abitanti.
Il sisma che l’11 gennaio 1693 provocò morte e distruzione nel Val di Noto non risparmiò Monterosso. Nei documenti dell’epoca troviamo le relazioni dei danni subiti dai molini soprano e sottano e dal magazzino granario.
Il parroco della chiesa Matrice, insieme a quelli della chiesa di San Giovanni e di Sant’Antonio Abate ed ai rispettivi procuratori, scrive alle autorità che è “ cascata totalmente la chiesa Matrice come anche quella di Sant’Antonio e restata in parte distrutta quella di San Giovanni riparabile con poca spesa”.
Il terremoto segnò la sorte di interi quartieri e di chiese che non furono più ricostruite oppure riedificate in altro luogo.
È il caso della chiesa di Sant’Antonio Abate che prima del sisma sorgeva nel sito il cui toponimo è appunto Sant’Antonio “u viecchiu” dove era stato costruito un convento dei Carmelitani di Santa Maria dello Spasimo a cui la chiesa era annessa.
I Procuratori scrissero, in un memoriale del 1695, che “la chiesa di Sant’Antonio crollò dalle fondamenta a tal punto da non poter essere riedificata nello stesso luogo e rimasta in luogo deserto ed inabitato”.
Quindi, volendo riedificarla, cercarono un luogo adatto che fu individuato in quello dove sorgeva la chiesa di S. Pietro, crollata a causa del sisma e lasciata in rovina a causa della mancanza di fondi.
I Procuratori della chiesa di S. Pietro quindi cedettero il suolo a quelli dell’edificanda chiesa di Sant’Antonio a patto che privilegi e diritti fossero aggregati alla Matrice, anch’essa in ricostruzione, dove doveva erigersi un altare dedicato a S. Pietro, mentre nella nuova chiesa di Sant’Antonio si sarebbe dovuto erigere un altare dedicato a S. Carlo e a Sant’Ambrogio.
La ricostruzione della chiesa avvenne in più fasi. La data del 1741,incisa sulla chiave di volta dell’arco del portale di ingresso, è seguita da quella del 1891, un tempo visibile sull’ultimo ordine della facciata .
La chiesa, ad una navata, ha sette altari con relative tele dedicate rispettivamente a Sant’Aloisio, una Madonna detta “dei cuori”, Sant’Antonio Abate, Madonna del Carmelo, San Silvestro Papa che battezza l’imperatore Costantino, L’Assunta, S. Lorenzo.
Quest’ultima tela, di autore ignoto, è stata oggetto di attenzione del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani e precisamente di Fernando Raffaele, per le didascalie in siciliano. Il San Lorenzo segue il modello di dipinto agiografico che combina la tipologia iconica con quella figurativa proponendo al centro, in grandi dimensioni e corredata dai simboli che la tradizione iconografica gli attribuisce, l’immagine del santo a cui si rivolge il culto devozionale e ai lati una serie di riquadri all’interno dei quali sono proposti gli episodi topici della sua biografia.
Le volte della chiesa sono istoriate con episodi dell’Antico Testamento e precisamente Giaele e Sisara, Giuditta ed Oloferne, Ester ed Assuero, opera del pittore Francesco Ricciardolo.
Al culto di Sant’Antonio Abate, fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, era legato il rito dei cosiddetti ‘nzunzieddi, studiato dall’antropologo Antonino Uccello.
Si trattava di figure esplicitamente demoniache, abbigliate con pelli di montone fino alle ginocchia, scarpe di pelo (scarpuneri), grandi corna in testa e campanacci appesi alla cintura.
Il loro volto era ‘nzunziatu (insudiciato) dal fumo, da cui la denominazione ‘nzunzieddi.
Potevano essere in un numero variabile da due a cinque, fra loro incatenati e legati ad una corda retta da un altro individuo che impersonava Sant’Antonio che impugnava un bastone con cui li tormentava.
Il corteo così composto attraversava il paese e la gente partecipava alla rappresentazione con schiamazzi ed accendendo dei fuochi ( “i vampi”).
I protagonisti della rappresentazione il giorno dopo ripercorrevano l’itinerario processionale allo scopo di questuare alimenti e l’olio per le lampade della chiesa.
Ancora oggi il giorno della festa vengono benedetti gli animali, mentre dopo la messa sono distribuiti ai presenti “i panuzzi” benedetti e tutto si conclude con un grande falò in piazza Sant’Antonio.
