Cultura

Pubblicato il 31 Ottobre 2019 | di Vito Piruzza

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L’attualità e la tradizione della ricorrenza del 2 Novembre

«Ogn’anno, il due novembre, c’é l’usanza

 per i defunti andare al Cimitero.

Ognuno ll’adda fà chesta crianza;

 ognuno adda tené chistu penziero.»

‘A livella- Totò

Il principe Antonio De Curtis in arte Totò era uomo del secolo scorso, quando il “culto” dei defunti era ancora più sentito di adesso, anche se bisogna dire che anche ai giorni nostri la ricorrenza del 2 novembre è percepita in modo intenso in Italia.

Ed in effetti questo culto affonda radici nel profondo della cultura latina dei lari e dei penati in cui i defunti erano i protettori della famiglia. Questa deferenza verso chi non c’è più è rimasta molto sentita, soprattutto nella parte meridionale del nostro Paese.

La “festa dei morti”, con il suo festoso carico di regali e di dolci, ha rappresentato la modalità di trasmissione generazionale di questa cultura, un modo di educare principalmente alla “celeste … corrispondenza d’amorosi sensi” di cui parla Foscolo, la sopravvivenza di chi non c’è più nel ricordo dei vivi e ha avuto anche come effetto quello di stimolare un rapporto “sereno” con la morte, come naturale epilogo della vita.

Ma proprio il rapporto con la morte si è negli ultimi decenni via via andato modificando, da un approccio “naturale” si è passati gradualmente a una rimozione del “problema”.

La tradizione cristiana si è alimentata per secoli di Francesco che lodava il Signore per “sora nostra morte corporale” e del culto di Santa Brigida che permetteva a chi le si rivolgeva di conoscere alcuni giorni prima il momento della morte per prepararsi degnamente al “passaggio” e affrontarlo in grazia di Dio, ma di tutto ciò oggi si è persino persa l’eco.

Paradossalmente l’aumento dell’aspettativa di vita, le continue scoperte scientifiche che hanno enormemente alleviato le sofferenze invece di comportare una visione positiva della vita e della sua naturale conclusione hanno avuto per effetto la ferma volontà di esorcizzare il concetto della morte.

In effetti l’uomo del Duemila che vive nel mito dell’autosufficienza percepisce la limitatezza della sua vita come un vulnus, una anomalia di cui non vuole nemmeno parlare.

Ed ecco infatti tutte le manifestazioni “sociali” della morte si affievoliscono fino a scomparire: così i colori del lutto, ma anche le cerimonie che divengono sempre più “private”.

L’esperienza della morte, dolorosa ma naturale, non è più vissuta in modo “diretto”, gli ospedali e le case di riposo hanno allontanato dalla quotidianità l’incombenza della morte e adesso il suo concetto viene vissuto quasi esclusivamente tramite la spettacolarizzazione cinematografica ed ecco parallelamente anche la festività del 2 novembre nel breve volgere di qualche decennio è stata rimossa, scalzata dalla limitrofa ricorrenza di halloween che niente ha a che vedere con il culto dei defunti.

Penso che se ricominciassimo tutti quanti a riflettere un po’ di più sulla morte gusteremmo più pienamente il sapore della vita. Che dite potrebbe trattarsi di un rigurgito di nostalgia?

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Vito Piruzza



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