Cultura

Pubblicato il 12 Novembre 2019 | di Alessia Giaquinta

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Il legame tra generazioni nei “cunti”. La cultura popolare più forte dei like

Una delle principali differenze che intercorre tra l’uomo e l’animale è sicuramente la capacità di quest’ultimo di proferire parola. Spinto dall’esigenza di comunicare, di entrare in relazione profonda con l’altro, l’uomo ha affidato alla parola la missione di veicolo per “creare il mondo”, utilizzando un’espressione di Heidegger. La parola crea, genera, produce, appunto. Attraverso il linguaggio, infatti, l’uomo rappresenta il mondo, lo interpreta e lo domina. È proprio l’atto del dare un nome alle cose che rende l’uomo superiore rispetto al resto del creato. L’uomo, però, non solo è colui che dà un nome alle cose ma è, soprattutto, l’unico essere in grado di narrare, di elaborare racconti – veri o fantastici – capaci di stupire, istruire e intrattenere.

Si pensi all’esigenza primitiva degli uomini di spiegare, tramite le parole, tutto ciò che li circondava, arrivando così a formulare affascinanti racconti cosmologici, antropologici, teologici e, in generale, eziologici. I miti, infatti, rappresentano la capacità dell’uomo tradurre la propria creatività in parole invertendo, per così dire, il processo creativo. Solo dopo la mitica spiegazione, infatti, si giustifica l’origine di qualcosa, solo dopo la condivisione di questa all’interno di un gruppo si genera una credenza, una tradizione e più genericamente una civiltà. Si pensi, ancora, alle favole e alle fiabe: racconti a cui, da sempre, è affidato il compito di educare, trasmettere la morale propria, appunto, di una determinata cultura e società.

Come non ricordare, dunque, le nonne che, sempre, in qualsiasi contesto, trovavano il modo e il tempo per raccontarci qualcosa. Erano i “cunti” della tradizione, spesso alterati e adattati all’esigenza, ricchi di dettagli, descrizioni, dialoghi e significati. Vere e proprie parabole utilizzate per crescere e, una volta grandi, ricordate per tornare bambini. “C’era na vota nu re,…”, oppure ancora “Ti cuntu a storia di Giufà…”, o ancora, più semplicemente “Sienti chi ti cuntu!”. Potremmo dire che si racconta per rimanere immortali, in qualche modo. Proprio attraverso le storie narrate, affidate alla memoria, si tesse infatti una rete interminabile che lega culture, generazioni e mondi diversi. Ma non sono solo parole… Si tratta della forma più sublime che ha l’uomo per esprimere la propria natura, creata ad immagine e somiglianza del Creatore.

Dio stesso, infatti, si è fatto Verbo, Parola, per stare nel mondo. Parola viva, Parola che interroga, Parola che racconta, Parola che conforta… Oggi, forse, sentiamo l’esigenza di recuperare il valore del linguaggio, del racconto, della parola condivisa. In una realtà in cui la comunicazione sta diventando troppo asettica, schematica e digitale, è importante tornare a raccontare, a raccontarsi, a lasciare tracce di noi alle future generazioni. E solo allora l’epilogo rituale dei cunti “vissero felici e contenti … e a niautri nun ni lassaru nienti” non sarebbe del tutto veritiero perché avremo lasciato una grande eredità, inquantificabile e proprio per questo preziosa: i nostri racconti, la nostra storia.

Alessia Giaquinta

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Autore

Alessia Giaquinta

Conseguita la maturità Classica, frequenta il corso di Laurea in Filosofia presso l’Università degli studi di Messina. Ha collaborato e collabora con testate giornalistiche online. Ha al suo attivo numerose ed importanti esperienze teatrali ed organizza Laboratori Teatrali per bambini. Promotrice di eventi culturali, è stata anche membro di gestione della Biblioteca Comunale di Monterosso Almo (RG), ove risiede. Ha svolto il Servizio Civile presso un centro per disabili e riveste il ruolo di educatrice dei giovanissimi presso la sua parrocchia di appartenenza.



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