Prendiamoci cura di chi è più fragile con il Buon Samaritano come modello

Secondo le scienze fisiche è ‘‘fragile’’ ciò che, povero di capacità elastiche e di capacità di resistenza, si spezza con facilità: il vetro è fragile, ad es.; il ferro, la gomma no. Magari si piegano, mutano forma, ma non si spezzano facilmente. Chiamiamo fragilità di un materiale la sua scarsa capacità di resistere quando è sottoposto a urti o a carichi/forze, così che si spezza.
Per estensione, in senso figurato, è fragile esistenzialmente chi è poco capace di resistere agli urti della vita; perché la vita, come la conosciamo in questa nostra storia, a volte ci urta; spesso senza preavviso, senza darci tempo di prepararci. Così diciamo fragile chi facilmente perde la salute o facilmente spezza le relazioni con gli altri, o facilmente si spezza interiormente: con facilità perde coraggio, o speranza, o fiducia (in se stesso o negli altri o in Dio o in tutti insieme)… Chi è instabile, debole, e perciò bisognoso di protezione, di difesa, di custodia, di sostegno, di conforto, di incoraggiamento, di speranza, di aiuto, di consolazione. Il ministero della consolazione è una risposta umana e umanizzante a un vissuto di fragilità umana, che può essere di varia natura: fragilità fisica, psichica, sociale, morale, spirituale.

La relazione d’aiuto
L’aiuto più prezioso che si può dare agli altri è “esserci”. Senza la capacità di essere presenti a chi soffre, nessuna delle altre forme di sostegno può realizzarsi. Quando si è davvero presenti a qualcuno che soffre, si partecipa del suo dolore. La persona amica, capace di stare in silenzio, insieme in un momento di confusione o di disperazione, in un’ora di lutto o di pena, senza pretendere di sapere, di curare, di guarire, ma capace di una vicinanza a testimonianza dell’amore di Dio, è colui che davvero si prende cura. È il Buon Samaritano che si fa prossimo con l’intenzione di stabilire un’adesione personale e libera del “cuore”, cioè nella volontà, nell’intelligenza, nell’affetto e nell’azione. Con l’aumento quantitativo e qualitativo delle “nuove forme di fragilità”, questa capacità di prendersi cura, difendendo e promuovendo la persona nella sua globalità, non può più essere delegata esclusivamente agli operatori sanitari, agli operatori pastorali, ai familiari, ai volontari, ma deve coinvolgere l’intera comunità cristiana. (Nota pastorale della Cei “Predicate il Vangelo e curate i malati “ (PVCM), n. 51.
In una società che sembra aver smarrito il senso della vita, della sofferenza, della malattia, della morte, l’eloquenza della parabola del Buon Samaritano consiste anche nel recepire che l’accoglienza della fragilità non riguarda solo le situazioni estreme. È necessario far crescere in tutti e in ciascuno uno stile di condivisione: la propria fragilità viene a contatto con altre fragilità per sostenersi reciprocamente con l’obbiettivo di trasformare debolezza, carenze, solitudine in una “risorsa” all’insegna dello slogan “Non soli ma solidali”.

Il malato nella comunità parrocchiale
Per capire e proporre la missione del malato nella comunità è necessario riflettere sull’identità della parrocchia. Secondo la nota pastorale della Cei “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”, del 2004 «la parrocchia è una comunità di fedeli battezzati che dimorano in un dato territorio in cui si vivono rapporti di prossimità, con vincoli concreti di conoscenza e amore; in cui si accede ai doni sacramentali, al cui centro è l’Eucaristia; in cui ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo, sentendosi mandati a tutti».
La parrocchia è una comunità in cui ci si fa carico degli abitanti di tutto il territorio, senza esclusione di nessuno, senza possibilità di elitarismo, sentendosi mandati a tutti. Alla luce di quanto afferma il documento, desidero presentare le linee di una pastorale della salute all’interno della vita di ogni comunità parrocchiale.

Mappa del dolore e della sofferenza
Il territorio, in cui vive la comunità parrocchiale, è costellato, se non da tutte, sicuramente da alcune di queste situazioni di dolore e di sofferenza: malati che soffrono nelle proprie abitazioni, negli ospedali, nelle cliniche; anziani e non autosufficienti che vivono soli o abbandonati nelle case di riposo; bambini, troppo piccoli per comprendere il mistero della sofferenza, ma abbastanza grandi per farne esperienza; giovani dipendenti dall’alcool e dalla droga; disabili fisici e psichici; coniugi separati e persone che vivono nella solitudine e nell’abbandono; orfani che non hanno mai conosciuto il calore di una casa né la carezza di un padre o di una madre; coloro che, angosciati, piangono la persona cara che non c’è più.
In parrocchia nella trasmissione della fede – insegnamento, catechesi, incontri di studio, ritiri ed esercizi spirituali, ecc. – non va solo instillata l’attenzione a tutte le categorie di malati, ma va anche compiuta un’azione preventiva, aiutando i giovani ad un sano sviluppo umano e spirituale, accompagnando gli adulti nel superare con equilibrio le crisi delle loro età, offrendo agli anziani risorse che li aiutino e vivere serenamente la loro vecchiaia. È l’intera comunità nella varietà dei suoi componenti il soggetto protagonista della cura verso i malati del proprio territorio parrocchiale: malati oncologici, malati in fase terminale, malati psichici, anziani non autosufficienti. Il progressivo diffondersi di questa consapevolezza favorisce il passaggio da un atteggiamento di passività e di delega ad un attivo coinvolgimento e corresponsabilità di tutti: la comunità parrocchiale, la famiglia, i gruppi spontanei di fedeli, le associazioni di volontariato.

“La Chiesa ritiene che l’umanizzazione del mondo sanitario sia un compito urgente e perciò la include nell’ambito dell’azione pastorale, convinta della valenza evangelizzatrice di ogni iniziativa volta a imprimere un volto più umano all’assistenza ai malati”. (PVCM n. 26 )

La parabola del Buon Samaritano, attraverso il mandato “Va e anche tu fa lo stesso”, indica la massima espressione dell’umanizzazione, ovvero l’amore per i sofferenti, come testimonianza della propria fede cristiana da parte di tutti e di ciascuno. In particolare da parte di quanti esercitano una professione sanitaria (medici, infermieri, altri operatori sanitari), e da parte dei volontari socio-sanitari.

Tutti i cittadini credenti e non credenti, politici, amministratori che hanno a cuore il bene comune tutela della salute devono, altresì, avere consapevolezza che “L’amore per i sofferenti è segno e misura del grado di civiltà e di progresso di un popolo” (Giovanni Paolo II – Messaggio per la Prima Giornata Mondiale del Malato, 1991)

Ci sono momenti in cui le cure mediche e le medicine, le terapie e ogni assistenza sembrano palliativi limitati: solo l’amore li rende efficaci.
L’amore si fa vicino a chi soffre e ne porta il peso.
L’amore dona coraggio e speranza, con segni e gesti e non solo a parole.
L’amore apre all’incontro e al dialogo fatto di sentimenti, di sguardi, di strette di mano, di cura serena e forte anche negli ultimi istanti della vita. Tutto passa, anche la vita. Ma l’amore dato e ricevuto dura per sempre.

 

Don Giorgio Occhipinti

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Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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