Società

Pubblicato il 2 Marzo 2020 | di Redazione

Se il lavoratore diventa solo un costo. Così le imprese perdono anche l’anima

Ascolto la radio in auto, i programmi radiofonici giornalistici sono fatti molto bene; i temi vengono trattati con piglio diverso e molto più attento ai contenuti che agli slogan, rispetto ai programmi tv. Il tema è il turismo e la stagione turistica che crea occupazione a singhiozzo; il giornalista sottolinea come l’obiettivo deve essere la destagionalizzazione e un imprenditore del settore risponde: «Ma lei lo sa quanto costa una cameriera al piano? 2400 euro!».

Per cui se si riesce a pagare questa “cameriera” durante l’alta stagione, negli altri periodi questo costo diventa insostenibile.

Parole chiare. Mi colpisce però la frase: «la cameriera che costa 2400 euro».

Ormai nell’economia in cui viviamo, con una crisi lunga e dolorosa, il lavoro diventa solo un dato in una casella di un foglio excel da tenere il più basso possibile.

«Non posso permettermi più quanto ti davo fino a ieri, o ti accontenti o troverò qualcun altro». Qualcun altro, con le tante modalità alternative legali con cui si può sottopagare un lavoro fino al lavoro nero, nell’affollata schiera di chi ha bisogno e accetta proposte sempre più a perdere, lo si trova facilmente; a scapito magari di competenze e professionalità. E a perdita spesso di dignità. Questa parola antica che rendeva un lavoratore qualcosa di più di un semplice fornitore di manodopera.

Ma se tutto questo è per certi versi anche logico nelle grandi aziende con tanti lavoratori, oggi tutto questo si ritrova nelle nostre piccole aziende che fino a ieri davano linfa vitale al nostro territorio; piccole aziende con pochi dipendenti, in cui le relazioni personali andavano oltre i rapporti datore di lavoro-lavoratore.

È come se si fosse rotto un tacito rapporto sociale di cui nessuno si rendeva conto ci fosse. Il datore di lavoro ha bisogno del lavoratore che fa il lavoro; il lavoratore ha bisogno del datore di lavoro che gli consegna il lavoro da fare. Ma se il lavoro si farà sempre meno bene, perché lo si pagherà meno, allora tutto andrà sempre peggio.

Lascio a Charles Pèguy le ultime parole e a ognuno di voi ulteriori riflessioni:

Un tempo gli operai non erano servi.
Lavoravano.
Coltivavano un onore, assoluto, come si addice a un onore.
La gamba di una sedia doveva essere ben fatta.
Era naturale, era inteso. Era un primato.
Non occorreva che fosse ben fatta per il salario, o in
modo proporzionale al salario.
Non doveva essere ben fatta per il padrone,
né per gli intenditori, né per i clienti del padrone.
Doveva essere ben fatta di per sé, in sé, nella sua stessa natura.
Una tradizione venuta, risalita dal profondo della razza,
una storia, un assoluto, un onore esigevano che quella gamba di sedia
fosse ben fatta.
E ogni parte della sedia fosse ben fatta.
E ogni parte della sedia che non si vedeva era lavorata
con la medesima perfezione delle parti che si vedevano.
Secondo lo stesso principio delle cattedrali.
E sono solo io — io ormai così imbastardito — a farla adesso tanto lunga.
Per loro, in loro non c’era neppure l’ombra di una riflessione.
Il lavoro stava là. Si lavorava bene.
Non si trattava di essere visti o di non essere visti.
Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto.

 

Luca Scollo

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Redazione

"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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