Vita Cristiana

Pubblicato il 29 Settembre 2021 | di Alessandro Bongiorno

L’unità e la comunione come stile di una Chiesa che non vuol limitarsi al primo annuncio

L’unità e la comunione dei sacerdoti come stile di una Chiesa che si approccia al Sinodo e che vuole tornare a predicare in mezzo alla gente dopo le restrizioni imposte dalla pandemia. Da poco più di due mesi alla guida della Diocesi di Ragusa, il vescovo monsignor Giuseppe La Placa ha accettato di indicare in questa intervista i capisaldi della sua missione.

Come ha trovato la realtà ragusana?

«Devo dire – risponde – che io non conoscevo in modo approfondito la Diocesi di Ragusa. Conoscevo qualche sacerdote ma non la realtà sociale o ecclesiale. Per via di monsignor Mario Russotto, che è stato mio vescovo per 18 anni, ho iniziato a cogliere qualche elemento. Sapevo, ad esempio, che c’era una bella presenza religiosa e ho avuto conferma che i tre monasteri che ci sono rappresentano davvero un dono, una grazia di Dio. Ho potuto cogliere già un sostrato tutto sommato buono sia dal punto di vista sociale che ecclesiale: persone accoglienti, generose, disposte a scommettersi e di camminare insieme. Quest’ultimo aspetto con il Sinodo ora dobbiamo porlo come uno dei punti fermi sia della pastorale come delle nostre relazioni. C’è sicuramente un terreno buono su cui poter lavorare, su cui poter costruire qualcosa di bello per la nostra Chiesa e per la società nella quale viviamo e sulla quale vogliamo incidere come cristiani. Altrimenti passiamo sulla scena di questo mondo in maniera anonima, senza rispondere alla vocazione che ognuno di noi ha e che è quella di lasciare il mondo migliore di come lo abbiamo trovato».

A proposito del Sinodo, a che punto siamo con l’organizzazione e cosa possiamo aspettarci da questo momento così significativo?

«Stiamo costituendo una commissione per portarlo avanti. Ci aspettano tre anni impegnativi ma molto belli nella prospettiva di costruire una Chiesa nella quale camminare insieme deve diventare il nostro stile. Abbiamo una grande fortuna perché il cammino sinodale proposto dal Santo Padre si pone in sintonia con il nostro avvicinarci al 2025, anno in cui la nostra Diocesi celebra il 75. anniversario della sua fondazione. Celebreremo il Giubileo della nostra Diocesi in concomitanza con la conclusione del Sinodo. La commissione dovrà fornire al vescovo degli elementi per proporre un cammino che sia diocesano, in vista del Giubileo diocesano, e sia anche universale in linea con le indicazioni del Sinodo».

Un po’ tutte le realtà ecclesiali stanno facendo i conti con le difficoltà della ripresa post pandemia. Ha qualcosa da suggerire per facilitare questa fase?

«La cosa importante è non abbassare il livello di guardia e mantenere alto il senso di responsabilità per uscire fuori da questa situazione. Sappiamo che abbiamo ancora davanti un tempo più o meno lungo nel quale dobbiamo confrontarci con le restrizioni. Però dobbiamo ritornare, come stanno facendo la scuola e il mondo del lavoro, a un minimo di normalità. Molto dipende da noi. Responsabilità vuol dire vaccinarsi se ci viene chiesto di vaccinarci, vuol dire accettare i sacrifici che ci vengono chiesti perché solo così possiamo contribuire al ritorno alla normalità che è il ritorno alla vita anche dei riti della nostra religiosità e della nostra fede. Scriverò una lettera ai catechisti suggerendo di vaccinarsi anche se, chiaramente, non possiamo imporre niente a nessuno».

A livello pastorale e di catechesi come intende indirizzare le attività della Chiesa ragusana?

«Ho trovato diverse realtà che puntano sul primo annuncio. Confrontandomi con il direttore dell’Ufficio catechistico ho capito che si dovrebbe passare a una seconda fase che sarebbe quella dell’inserimento nelle comunità parrocchiali e nelle realtà ecclesiali per una formazione che sia in qualche modo un accompagnamento a far emergere la testimonianza di una vita cristiana vissuta in coerenza con l’annuncio che si è ricevuto. Attraverso l’impegno all’interno della comunità ecclesiale si potrà anche poi fermentare come lievito la massa. Credo vada quindi incentivata la fase dell’inserimento attivo nella comunità ecclesiale per vivere da testimoni autentici la propria fede».

Le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata sono uno dei polmoni con i quali respira la Chiesa. Come il il vescovo pensa di sostenere la pastorale vocazionale?

«Ho trovato una situazione incoraggiante con otto seminaristi e sei giovani che stanno completando la fase di discernimento e magari presto potranno cominciare l’anno propedeutico. È una fase molto bella. Ho intenzione di incentivare l’Ufficio diocesano delle Vocazioni, dando soprattutto peso e attenzione alla preghiera per le vocazioni che deve partire in modo speciale dagli ammalati. Bisognerà creare una rete di preghiera per le vocazioni coinvolgendo i ministri straordinari dell’Eucarestia che visitano periodicamente le persone malate, stabilendo una comunione che nasce dalla sofferenza e dalla povertà nella quale tante nostre famiglie si trovano a volte costrette. Offrire al Signore la propria sofferenza e la propria povertà può trasformarsi nella chiave più grossa per aprire il cuore di Dio e chiedere il dono delle vocazioni».

Il discorso delle vocazioni richiama in qualche modo anche quello del Seminario. Qualche anno fa, in una situazione diversa, si prese la decisione di consentire ai seminaristi di studiare fuori. È una scelta definitiva o che può essere riconsiderata?

«Provengo da una realtà nella quale l’istituto teologico è uno dei pilastri della Diocesi. Avere un’istituzione accademica nella Diocesi ha tantissimi vantaggi tra cui quello che i giovani che studiano nel proprio istituto teologico hanno la possibilità di vivere maggiormente l’appartenenza alla Chiesa locale e di relazionarsi con il presbiterio e le realtà locali. Parlando però con il rettore, con i ragazzi, con la comunità formativa di Palermo ho colto una generale soddisfazione per l’esperienza che stanno vivendo. Tengo però tantissimo al fatto che questi ragazzi restino radicati nella realtà ecclesiale di provenienza e sentano il senso di appartenenza alla Diocesi nella quale domani dovranno svolgere il loro ministero. Il nostro istituto non è chiuso e noi vogliamo tenere aperta la prospettiva di vedere un giorno riavvicinare i nostri ragazzi. Oggi, essendo ragazzi e formatori contenti, non ho motivo di affrettare decisioni».

Già oggi ci sono situazioni con parroci che curano più parrocchie e la situazione più ricorrente è quella di un solo sacerdote, il parroco, su cui ricade tutto il peso pastorale, liturgico, burocratico. In altre diocesi si sono sperimentati strumenti come le unità pastorali. Ha qualche idea per organizzare meglio la presenza delle parrocchie nel territorio?

«Senza un incremento delle vocazioni, di necessità bisognerà fare virtù. Il camminare insieme, che anche il Sinodo ci sta suggerendo, deve diventare lo stile della nostra pastorale. Le unità pastorali non si devono creare perché mancano i sacerdoti ma perché deve diventare il modo di essere e fare Chiesa, riscoprendo in modo sempre maggiore il ruolo dei laici. Penso a un laicato maturo, formato che possa anche assumersi delle responsabilità pastorali all’interno della comunità. Questo consentirà al sacerdote di potersi dedicare di più al suo ministero specifico che è quello di assicurare la presenza di Cristo nell’Eucarestia, nel sacramento della Riconciliazione, nella carità, guidando la comunità nel suo specifico. Valorizzando i carismi dei laici molti problemi potrebbero risolversi da sè. Va inoltre riorganizzato tutto l’assetto delle parrocchie perché non è possibile moltiplicare le messe o le attività quando le cose possono essere fatte insieme. Penso, ad esempio, che gli incontri per la formazione dei fidanzati o dei catechisti possano essere organizzati a livello cittadino o vicariale o interparrocchiale. È importante che impariamo a lavorare insieme anche come sacerdoti. Proprio per questo sto puntando molto sugli incontri con i sacerdoti. Li ho già incontrati tutti nei vicariati dove ho proposto questo desiderio che ho di realizzare una fraternità sacerdotale che si manifesti poi in una pastorale d’insieme, una pastorale comunionale. A livello di presbiterio avvieremo i cenacoli di fraternità presbiterale. Il lunedì incontrerò i sacerdoti a piccoli gruppetti: staremo insieme, pregheremo insieme, vivremo un momento di fraternità insieme. È da questa comunione presbiterale che nasce la possibilità di lavorare insieme, altrimenti può sorgere la tentazione di chiudersi nel proprio orticello, moltiplicare le fatiche, spendere energie rinunciando a risultati che si possono ottenere lavorando insieme. La comunione, l’unità, la fraternità sacerdotale devono essere la prima predica ai nostri fratelli. Al di là di programmi e strategie, se non c’è questo, tutto il resto è una sovrastruttura formale che non arriva a niente».


Autore

Alessandro Bongiorno

Giornalista, redattore della Gazzetta del Sud e condirettore di Insieme. Già presidente del gruppo Fuci di Ragusa, è laureato in Scienze politiche.



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