Vita Cristiana

Pubblicato il 1 Ottobre 2021 | di Redazione

I comportamenti dissennati dell’uomo nella magnificenza della Creazione

La creazione non ha consapevolezza della sua incommensurabile bellezza.

Solo l’uomo è in grado di percepirla e – per quanto nelle sue possibilità – descriverla.

La creazione ha le sue leggi e le sue dinamiche, in un continuo succedersi di processi che attraversano intere ere geologiche.

Di questi processi l’uomo è stato, all’inizio, testimone spaurito e, a volte, vittima. Col passare del tempo il suo ruolo si è evoluto fino ad una epoca – quella in cui viviamo – in cui il progresso della scienza e della tecnica – asservito ad una finanza spesso predatoria – ha messo l’uomo nelle condizioni di incidere pesantemente sui processi naturali, al punto di determinarli, qualche volta nel bene ma – ahimé – spesso nel male. È sulla base di questa constatazione che alcuni scienziati sono arrivati a teorizzare l’ingresso del nostro pianeta in una era geologica che – proprio perché segnata dalla pesante incidenza dell’uomo – hanno chiamato Antropocene.

Nei miei viaggi ai quattro punti cardinali ho avuto modo personalmente di constatare come la possente magnificenza e bellezza della creazione abbiano cominciato a manifestare una grande fragilità, a causa del comportamento sconsiderato di chi è stato originariamente incaricato dal suo Creatore di coltivarla e di custodirla (cf. Gen 2,15).

Cominciamo dal Nord. Il villaggio di Scammon Bay, in Alaska, sulla costa del Mare di Bering ai confini del Circolo polare artico, ha sempre avuto i suoi ritmi regolati dal periodico congelamento e scongelamento della tundra. Mi raccontavano preoccupati alcuni abitanti che, a causa del riscaldamento globale, il ritmo naturale si è compromesso: fino a qualche anno fa, il ghiaccio compariva a metà ottobre e restava fino a metà aprile; adesso il ghiaccio arriva a metà novembre e scompare a metà marzo, con una anticipazione dei periodi delle bacche e della migrazione dei salmoni, da cui dipende la vita delle comunità indigene Yupit che popolano la zona.

Ad Ovest, sull’Isola di Pasqua, mentre camminavo su un sentiero di Rano Raraku, il vulcano spento in cui si trova la più importante cava da cui i Rapa Nui tiravano fuori i mohai, per guardarne uno più da vicino ho messo un piede fuori dalla traccia. Sono stato immediatamente redarguito da uno dei custodi il quale, quando gli ho chiesto perché mi avesse rimproverato per un gesto così banale, mi ha risposto che si sono accorti che il troppo calpestio compatta il terreno e lo sterilizza, rendendolo di fatto morto: per una isola piccola come Rapa Nui – il cui perimetro è meno di cento chilometri e in cui è quasi totale l’assenza di alberi – questo comporta l’incombente pericolo di una desertificazione senza ritorno.

A Sud, la Terra del Fuoco prende il nome dagli insediamenti degli indios Yamana che, vivendo nudi e costantemente in mezzo all’acqua (le donne per raccogliere vongole e molluschi, gli uomini per cacciare leoni marini), tenevano costantemente accesi i fuochi sulla riva dove vivevano nelle loro capanne. Nella prima metà dell’1800 arrivarono dei missionari cristiani (il fatto che non fossero cattolici non ci deve consolare), i quali li fecero vestire e – secondo le migliori tradizioni dell’uomo bianco – portarono un corredo di malattie e infezioni nei confronti delle quali gli Yamana non avevano adeguati anticorpi. Risultato: gli Yamana continuarono a stare a mollo, ma vestiti, e le malattie cominciarono a decimarli. L’ultima sopravvissuta a questa mirabile opera di civilizzazione è morta una decina di anni fa.

E concludiamo a Est. All’arrivo all’aeroporto di Auckland, in Nuova Zelanda, ho trovato nei pressi della dogana un cartello gigantesco che diceva: “Se hai suolo con te, dichiaralo o stai in guardia”. Preoccupato dal tono minaccioso del cartello mi sono rivolto ad un agente della dogana e gli ho chiesto cosa significasse con precisione. Lui mi ha chiesto: “Ha scarponi da trekking?” Io ho risposto di sì. E lui di rincalzo: “Ha fatto trekking in Australia?” E io di nuovo ho risposto di sì. Lui perentorio: “Me li faccia vedere”. Io li ho tirati fuori dal bagaglio, lui li ha presi, li ha voltati dalla parte delle suole e mi ha fatto vedere – nel carrarmato della suola – tutto il terreno che era rimasto attaccato durante il trekking australiano. Poi mi dice: “Aspetti, per favore”. Dopo qualche minuto è tornato con i miei scarponi, che sembravano nuovi e con le suole intonse, perfettamente incellofanati. Io gli ho chiesto perché, e lui mi ha risposto che hanno dovuto prendere questo provvedimento quando si sono resi conto che, a causa del grande numero di turisti, molte specie aliene e potenzialmente dannose al delicato e unico ecosistema neozelandese giungevano proprio trasportate dai loro scarponi da trekking.

Siamo ancora in tempo per bloccare l’avvento dell’Antropocene. Ma occorre tanta responsabilità, insieme ad una sensibilità comunitaria che, percependo e gustando l’armonia e la bellezza del Creato, intraprenda con decisione la via della sua custodia. Anche nell’interesse dell’umanità.

Paolo La Terra

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"Insieme" esce col n° 0 l'8 dicembre del 1984. Da allora la redazione è stata la "casa di formazione" per tanti giovani che hanno collaborato con passione ed impegno.



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