Società

Pubblicato il 25 Dicembre 2021 | di Vito Piruzza

Buon Natale, senza se e senza ma

La maldestrezza con cui alcuni burocrati dell’Unione Europea, portando all’estremo il politically correct, hanno ipotizzato di cancellare il termine Natale fa quasi tenerezza per l’infantilismo del ragionamento e proprio come dei bambini appena resisi conto del vespaio scatenato sono corsi ai ripari nascondendo la manina…

Ci stiamo tanto abituando a semplificare tutto al punto da ideologizzarlo rifiutando la complessità: preferiamo l’appiattimento dell’uniformare tutto alla ricchezza del gestire la molteplicità.

Pare ci sia corrispondenza tra la povertà linguistica e la capacità di pensiero, qua siamo all’inverso un pensiero povero che cerca di impoverire il linguaggio ….

Eliminare le differenze è un modo banale e un po’ sempliciotto di ipotizzare la convivenza, un atteggiamento maturo porta ad accettare le differenze ed anzi ad accoglierle!

Ecco la parola chiave anche, e direi soprattutto, del Natale: accogliere!

Mi piace pensare che non sia un caso che il Santo Padre abbia calendarizzato la visita a Cipro, Lesbo e Atene in pieno Avvento.

So che mi sto addentrando in materia estranea alle mie competenze, non avendo nessuna qualificazione teologica, che il significato primario dell’accoglienza del Natale sta nel nostro accogliere un Dio che si fa carne nel nostro animo, ma nella mia consapevolezza forse un po’ naif, emotivamente, il Natale è collegato indissolubilmente all’accoglienza “mancata” di una puerpera che partorisce in una stalla, all’accoglienza “respinta” con violenza di un potente che annega nel sangue innocente la paura di perdere il suo status quo, alla ricerca di accoglienza “di emergenza” di una famiglia perseguitata dal potere dispotico.

Quale metafora più corretta per l’accoglienza “di emergenza” di coloro che fuggono dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq e, che se non periscono nel tragitto comunque si scontrano con quel “naufragio di civiltà” denunciato da Papa Francesco che sono i campi profughi?

Quale metafora più adatta per l’accoglienza “respinta” al confine polacco o per l’accoglienza “mancata” da parte di un’Europa che teme non di perdere, ma anche solo di condividere una piccola parte del proprio status quo?

È ovviamente giusto poterlo chiamare questo Natale con il suo nome ad onta di qualche piccolo burocrate europeo, ma tra pronunciarne il nome e “viverlo” il Natale passa una bella differenza.

E poi il “diritto” di pronunciarne il nome ha un senso se lo si pronuncia per celebrarlo, non può e non deve essere diritto di “bestemmiarlo” per esempio con la foto di una bella e numerosa famiglia unita con i mitra in pugno che augurando Buon Natale richiede in dono munizioni!


Autore

Vito Piruzza



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